L’argomento purtroppo non è nuovo. Ma, sappiamo bene che le battaglie contro le ingiustizie si combattono anche attraverso la parola. Un’arma non convenzionale, che serve per far conoscere e denunciare realtà che, in caso contrario, continuerebbero a esistere, protette dal buio della non conoscenza. Per questo parliamo del prossimo libro di Sabrina Avakian (già autrice di
Bambini al rogo), un testo che tratta dell’infibulazione femminile, usanza barbaramente praticata su (si stima) tra i due-tre milioni di donne ogni anno.
«A tutt’oggi — commenta la scrittrice etiope — praticata in molti paesi dell’Africa sub-sahariana, la mutilazione genitale femminile (mgf) è una forma di violenza sulle donne ancora poco conosciuta: in Uganda si pratica alle adolescenti, nel Sud della Nigeria alle neonate, in Somalia invece alle bambine. Sono pochi i Paesi che considerano questa pratica barbarica un crimine, condannando i trasgressori con multe considerevoli o con l’incarcerazione in base alla gravità del reato. Il fenomeno è ancora fortemente presente, ad esempio in Egitto, dove oggi la percentuale delle donne che hanno subito la mutilazione genitale varia tra l’85% e il 95%».
A differenza di quel che si crede comunemente l’infibulazione non riguarda solamente i Paesi africani, ma anche alcune zone dell’India, dell’Iraq e dell’Arabia Saudita. In Italia esiste una legge (la 7 del 9 gennaio 2006) che salvaguarda la donna dalle pratiche di mgf, stilata sulla base del programma di azione adottato nel 1995 durante la Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sulle donne. Ma nonostante la norma e un articolo del Codice penale con cui si punisce con la detenzione da quattro a dodici anni chi pratica l’infibulazione, anche nel nostro Paese ogni anno le bambine continuano a essere mutilate.
«È necessario dare voce e supporto a quelle donne che, da bambine, sono state mutilate in situazioni di paura, disperazione, miseria, ignoranza, fame, pericoli e malattia tali da non consentire loro di ribellarsi a una pratica imposta in nome della “cultura”. Ad esempio — continua Avakian —, in Somalia ed in Etiopia, in un contesto di guerra e frammentazione del tessuto sociale, le donne sono vittime di qualcosa che va oltre le loro forze: l’alleanza delle altre donne che credono nella cultura dell’infibulazione».
«Non possiamo chiudere gli occhi — conclude —. Il nostro ruolo, come donne e ancor più come donne africane, è di proteggere le altre donne e guidarle verso la consapevolezza e il rispetto del loro corpo e della loro psiche».