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In memoria di Monica e delle vittime di femminicidio
La violenza sulle donne si consuma per la maggior parte all'interno delle mura domestiche per mano di un proprio famigliare. Intitolare strade e piazze alle vittime di femminicidio può aprire un dibattito pubblico su una strage privata che in Italia continua.



12.07.2012:
Come le vittime di stragi mafiose anche le donne uccise in quanto donne avranno una via o una piazza a loro dedicata, per non scambiare più l’omicidio di genere come un atto “di gelosia” o “di pazzia”. Sassari in questi giorni dedica una piazza a Monica Moretti, la giovane urologa uccisa il 22 giugno del 2002 da uno stalker, un suo ex paziente che la ossessionava da mesi. La decisione del Comune è un successo di Donne in Carrelas - Sassari, il gruppo Facebook che chiedendo l’intitolazione di più vie a donne ha svelato la misoginia che caratterizza la toponomastica. L’iniziativa nazionale si chiama invece Toponomastica femminile, e parte dall’idea di pubblicare dati e fare pressioni su ogni singolo territorio affinché l'attuale odonomastica (branca della toponomastica) si faccia promotrice del ricordo della parte femminile della popolazione, quella che ha contribuito alla storia.

Le donne che hanno fatto la storia sono tante, ma purtroppo serve ricordare anche le donne che muoiono tutti i giorni per mano degli uomini. Omicidi aggravati dal fatto che nella maggior parte delle volte sono consumati da mariti, compagni, famigliari, vicini e conoscenti della vittima. La piazza dedicata a Monica Moretti non è il primo buon esempio in Italia. «A Roma ci sono due parchi intitolati a donne vittime della violenza maschile: Parco Anna Bracci (vittima di un tentativo di stupro nel 1950, all’epoca aveva dodici anni) e Parco Rosaria Lopez (coinvolta nel “massacro del Circeo” nel 1975, a diciannove anni) – ricorda Maria Pia Ercolini di Toponomastica femminile –. In Sardegna, Antonia Mesina (giovane sedicenne di Orgosolo che nel 1935 venne aggredita e uccisa da un compaesano) ha diverse intitolazioni e a Fasano, Potenza, è stato recentemente intitolato un largo a Palmina Martinelli, la ragazzina di quattordici anni arsa viva nel 1981 perché rifiutava di prostituirsi».

Ricordare sembra non bastare. Targhe e commemorazioni per queste donne possono essere uno dei passi verso una coscienza comune per fermare un massacro che dura in Italia da anni. Ma chi sono gli aggressori? Secondo la ricerca dell'Osservatorio sulla violenza di Telefono Rosa sulle 1.189 donne che nel corso del 2011 hanno contattato l'associazione, circa un autore di violenza su due possiede un diploma di scuola superiore e il 18% dei persecutori possiede di un titolo di laurea. Nel caso delle vittime straniere gli autori di violenza sono operai nel 36% dei casi, mentre le italiane subiscono torture da impiegati (21%) di impiegati, liberi professionisti (11%), imprenditori (7%) e da componenti delle Forze dell’ordine (5%). La violenza sulle donne si consuma per la maggior parte all'interno delle mura domestiche per mano del proprio partner, capaci di non rendere visibili gli atteggiamenti violenti nei momenti pubblici. Intitolare piazze e vie alle vittime può rompere questo silenzio assordante.
 
 
(La foto della targa è quel che è stato proposto dal gruppo La rete delle reti femminili)

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