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La picciridda dell’antimafia
Rita Atria moriva vent’anni fa, sette giorni dopo la strage di via d’Amelio. Era una collaboratrice di giustizia, dopo la morte per mano della mafia del padre e del fratello. Stava per diventare maggiorenne, distrutta dal dolore per la perdita del confidente Paolo Borsellino si gettò dalla finestra.

Elena Guerra

01.08.2012:

Vent’anni fa, il 26 luglio 1992, una ragazzina di diciassette anni decise di buttarsi dalla finestra in via Amelia, 23, nella periferia romana. Pochi la conoscevano, di quel fatto si raccolsero poche parole nella sezione Cronaca del quotidiano la Repubblica, furono pochi i mesi di cui si parlò di lei. Quella ragazzina quasi diciottenne si chiamava Rita Atria, collaboratrice di giustizia, arrabbiata e combattiva contro la mafia che aveva portato via prima il padre e poi il fratello. Ma soprattutto era confidente del procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino, ucciso sette giorni prima nella strage di via D’Amelio insieme ai cinque agenti di scortaEmanuela Loi(prima donna dellaPolizia di Stato caduta in servizio),Agostino Catalano,Vincenzo Li Muli,Walter Eddie CosinaeClaudio Traina.

Rita Atria nacque in una famiglia mafiosa a Partanna, piccolo comune del Belice, famoso per un terribile terremoto che nel 1968 distrusse un terzo delle case. Per quel tragico evento che fece sedici vittime, lo Stato stanziò 2.600 miliardi di lire predisponendo container e baracche di lamiera ondulata in attesa della ricostruzione. Una ricostruzione mai vista, la mafia approfittò della tragedia per arricchirsi. La famiglia Atria ebbe fortuna, la loro casa non aveva riportato danni. Il padre, don Vito Atria, ufficialmente pastore di mestiere, era un uomo di rispetto che si occupava di qualsiasi problema; per tutti trovava soluzioni; fra tutti, metteva pace, con il privilegio di rubare bestiame e mantenere buoni rapporti con tutti quelli che contavano. Nonostante questo venne ucciso nel 1985, poiché il narcotraffico imponeva un cambio generazionale. Rita aveva dodici anni. Distrutta dal dolore stringe ancora di più un rapporto intimo e di confidenza con il fratello Nicola, in giro sempre armato ma che conosceva tutti i segreti del Paese e i nemici della famiglia. Nicola sarà ucciso nel 1991 e subito dopo la cognata Piera Aiello, che da sempre aveva contestato a quel marito le frequentazioni e i suoi affari, collabora con la giustizia e fa arrestare un sacco di persone.

Rita a Partanna di colpo è sola. La madre e il fidanzatino la rinnegano, la cognata e i suoi figli vengono nascosti in una località segreta. Decide a soli diciassette anni di denunciare il sistema mafioso che è il centro della sua vita e incontra così Paolo Borsellino, che la proteggerà e la sosterrà nella ricerca di giustizia. Si trasferisce in segreto a Roma, per una questione di sicurezza. Non parlerà per mesi più con nessuno, tranne che con il giudice. La notizia della strage non le lascia scampo. Nel suo diario scrisse: «Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l'unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi,dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici,la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta». È doveroso ricordare il coraggio di questa giovane donna purtroppo dimenticata. La sua storia è raccontata da Petra Reski nel libro Rita Atria. La “picciridda” dell’antimafia (Nuovi Mondi, 2011).


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