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EDITORIALE |
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L’etica che può salvare una civiltà
Elisa Kidané
 05.06.2013:
L’abbiamo avuta
per un anno e mezzo tra le pagine di
Combonifem
come curatrice della rubrica “Diritti e rovesci”, la neoministra
dell’Integrazione, Cécile Kyenge, italo-congolese. Mese dopo mese ha condiviso le
sue battaglie contro ogni discriminazione, i suoi sogni per un’Italia capace di
mettere in gioco il meglio di sé in questa partita in cui o si vince insieme o
si perde tutti.
Oggi,
come segno di amicizia ma anche di gratitudine per averci aiutate a leggere la
realtà a partire dall’esperienza di vita, le dedichiamo la copertina di questo
numero doppio (giugno-luglio), come doppio è il nostro augurio nell’impresa
inedita e non facile che le è stata affidata. Le auguriamo coraggio perché la
strada è tutta in salita e non mancheranno momenti faticosi. Le promettiamo un
ricordo perché sappia stare vicino alla gente, come ha sempre fatto. Soprattutto
ora, quando la notte della crisi sembra non aver fine.
La gente
è stanca di parole e promesse. Vuole fatti, vuole leggi che assicurino futuro. Vuole
lavoro. Lo
conoscevano bene, i padri e le madri dell’Assemblea Costituente, il valore
intrinseco del lavoro, tanto da farne il primo articolo della Costituzione:
«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Lo
sapevano bene, perché la mancanza di lavoro – come sta accadendo adesso –
rischia di far traballare la struttura portante della società. La crisi
profonda che attanaglia l’esistenza e lede la dignità della persona affonda le
sue radici proprio su questa assenza.
A rendere
ancora più drammatico il panorama sociale ci si mettono anche coloro che
dovrebbero legiferare per trovare soluzione al dramma e invece, nei salotti
televisivi, si trastullano con temi e problemi lontani mille miglia dalle reali
necessità del Paese. Il disincanto nazionale verso coloro che dovrebbero
proteggere e prendersi cura della
res
publica è ormai cosa pubblica. Non se ne
può più, è vero, ma guai lasciarsi prendere nel laccio della costernazione. Bisogna
ritrovare il coraggio di dare una svolta a questa deriva che rischia di
portarci a un punto di non ritorno.
L’assalto
della crisi economica ci ha trovati logorati prima ancora di iniziare la
resistenza. Lo sgretolamento è avvenuto in maniera quasi indolore… Lo zapping
televisivo, politico, sociale ha reso la nostra capacità di intendere e di
volere fragile. Mille informazioni spezzettate, illusioni effimere, speranze
labili, ci distraevano con offerte a basso costo, infagottandoci di nullità e
prosciugandoci cassa e vitalità. Anni di ascese sfrenate su muri di vetro, anni
di latitanza di coloro che avrebbero dovuto esserci maestri di vita, ci hanno
logorato l’esistenza, e la crisi ha fatto incetta delle nostre migliori
capacità di rinnovarci.
La crisi
economica si è trovata a camminare di pari passo con la crisi di valori. Oggi
rischiamo di non trovare più quella forza, antica e millenaria, dell’aiuto
vicendevole, che ha permesso la sopravvivenza della specie. Le notizie di
suicidi e omicidi, quasi giornaliere, vengono annoverate ahimè a statistiche
utili da presentare nei convegni internazionali. Ma il dramma peggiore è che ci
siamo assuefatti. A tutto.
Abbiamo
bisogno urgente di una sanatoria culturale, sociale, spirituale, etica per
ritrovare la via d’uscita dalla spirale in cui ci siamo addentrati baldanzosi. Dobbiamo
ricuperare la voglia di ri-incontrarci, e non solo sui social network, dobbiamo
re-imparare a parlarci, ritornare alla scuola della vita normale. Tutte azioni
che dette così sembrano banalità, ma che sono forse la cura necessaria per
riscoprirci umanità.
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