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Una storia dei nostri giorni
Una vita di sopportazioni che può finalmente essere raccontata. Decisione non facile per delle domestiche nere in un contesto di forte discriminazione razziale come quello che si vive in Mississippi negli anni Sessanta. Eppure, alla storia di Minnie e delle sue amiche potrebbe seguire oggi quella di tante donne che affiancano anziani e ammalati nelle nostre case.
Laura Bottega Bertolotti
01.05.2012:
Stati Uniti
, Mississippi
, anni Sessanta: le domestiche nere prendono l’autobus la mattina presto, per raggiungere le case dei bianchi, indossano impeccabili divise e dispongono di una variegata sapienza pratica: come si tolgono le macchie dai colletti delle camicie? Come si cucina un perfetto pollo fritto? Qual è il metodo migliore per lucidare l’argenteria? Minnie, Aibeleen e tante donne come loro spendono la loro esistenza occupandosi completamente della casa e della vita delle signore bianche alle cui dipendenze lavorano. Sopportano ogni genere di umiliazioni senza neppure vedersi riconosciuto il diritto di poter usare le stesse stoviglie per mangiare o gli stessi servizi igienici. Questo il quadro, non privo di ironia, del libro
The Help (Kathryn Stockett, Mondadori, 2009) e del film omonimo, attualmente in programmazione (regia di Tate Taylor; Usa/India/Emirati Arabi, 2011). Ci si indigna per le cattiverie gratuite e cresce la commozione nell’assistere alla progressiva presa di coscienza di queste donne, che sfidano il clima di pesante discriminazione razziale di quegli anni con piccole azioni clandestine e nonviolente, con la sola gioia di aiutarsi a vicenda. Così il finale, se non lieto, almeno serenamente positivo, ci permette di sciogliere l’ansia e condividere un sentimento di giustizia che finalmente ridistribuisce più equamente ruoli e diritti. Storia di cinquant’anni fa.
Cambiamo paese, Perù: le leggi che regolano i diritti dei lavoratori sono largamente disattese per le settecentomila
nanas,
domestiche; tra loro centoventimila hanno meno di quattordici anni e lavorano da quando ne avevano nove o dieci; il salario dovrebbe essere negoziato dalle parti ma, nel loro caso, viene deciso dai padroni di casa. Le
trabajadoras provengono, nella grande maggioranza, da famiglie poverissime, non sono istruite e lavorano
cama adentro, cioè vivono con le famiglie prestando servizio fino a quattordici ore al giorno; in alcuni ristoranti esistono persino menù speciali per
nanas, a sancire la loro emarginazione.
Un altro libro, un altro film? No, purtroppo è ancora realtà in quella parte di mondo, anche se il governo di Ollanta Humala, installatosi nel luglio 2011, si è dato un programma all’insegna dell’inclusione e della lotta alle disuguaglianze e alla povertà. Va detto che nel Paese stanno ora sorgendo, accanto alle organizzazioni sindacali, altri gruppi come la
Red Peruana
de Promoción
del
Buen trato, che promuove il cambiamento sociale sulla base del rispetto, della tolleranza e dell’eliminazione della violenza sulla donna. Ma la strada che conduce ad un futuro fondato sul diritto della persona è ancora lunga e impervia, basti pensare che, fino a tre anni fa, alle
nanas che accompagnavano le loro datrici di lavoro, sulla spiaggia di Asia, a cento chilometri da Lima, era vietato fare il bagno. E qui il ricordo va all’atmosfera ricreata nel film
The Help, con l’aggravante che non si tratta di finzione. Dal libro e dal film spicca un modello di solidarietà tra donne che può essere d’
aiuto nel superamento delle ingiustizie sociali ma che
aiuta soprattutto, con la forza dell’esempio positivo, a trovare le vie istituzionali per monitorare i segnali di mancanza di libertà, ovunque si presentino.
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