La chicca è questa: tra i partner dell’iniziativa l’organizzazione
ringrazia, con ironia che sfiora il sarcasmo, anche i costruttori di mine
terrestri di Cina, Cuba, Corea del Nord e del Sud, Singapore, Stati Uniti…
insomma di tutti quei paesi che, secondo il
Landmine
Monitor,
non hanno ancora
sottoscritto, a dieci anni dalla sua adozione, il
Trattato per la messa al bando delle mine antipersona (si ricorderà
che alla Campagna internazionale che l’aveva promosso fu conferito il Nobel per la pace nel 1997). E
tra i paesi che sono le prime vittime di questi ordigni così barbari da
prolungare la guerra anche in tempo di pace, figura l’Angola, più o meno a pari
merito con Afghanistan e Cambogia. Ed è nella ex colonia portoghese, appena
uscita da 27 anni di guerra civile, che un bel giorno capitò, nel 2003, un
regista teatrale norvegese, Morten Traavik.
Forse anche
influenzato dalla sensibilità che regna nel suo paese per le questioni del
disarmo (è a Oslo che si assegna il Nobel per la pace, e la capitale scandinava
ospitò incontri decisivi della Campagna contro le mine, come pure, l’anno
scorso, contro le bombe a grappolo), Traavik rimase sconvolto dalla visibilità
che il problema mine aveva. Non era raro imbattersi in uomini, ragazzi, donne,
mutilati. I dati parlano di circa 80mila vittime di queste armi subdole, che
prediligono gli innocenti. Chi non è morto ne rimane segnato per la vita. Uno
dei rarissimi film angolani, il toccante
O
herói del regista Zezé Gamboa, mette in scena proprio questo dramma,
intrecciato a quello degli orfani di guerra.
Ma l’artista
venuto dal nord, mettendo per la prima volta i piedi in Angola ha anche una
sorpresa. Si accorge che il paese non vive ripiegato nel dolore, ma ha i suoi
spazi di creatività, e vi si organizzano perfino dei concorsi di bellezza, che
«sono ormai un fenomeno consistente nella cultura contemporanea» della nazione.
«Noi tendiamo ad associarli a fatuità, allo sfruttamento della donna e così
via», dice Traavik. Ma a Luanda si rende conto che essi esprimono un’altra dimensione.
Alla prima competizione di questo genere cui egli assiste, trova che si tratta
«molto più di una celebrazione, di una sorta di carnevale». E scatta l’idea.
4 aprile
«Tutti hanno
il diritto di essere belli» diventa lo slogan della nuova passerella, che al
tempo stesso vuole: dare dignità alle donne, a prescindere dalla loro
“perfezione” o integrità fisica; promuovere l’empowerment delle stesse donne
come pure dei disabili; contribuire a una maggiore presa di coscienza della
problematica delle mine.
L’ideatore raccoglie appoggi e sa convincere un’istituzione locale, la
Commissione nazionale intersettoriale di sminamento e assistenza umanitaria
(Cnidah), e una norvegese, il Consiglio delle arti di Oslo. Vengono così
selezionate dieci bellezze, ciascuna in rappresentanza di una regione
dell’Angola, e invitate a spese dell’organizzazione nella capitale Luanda, dove
si rendono protagoniste di un servizio fotografico (di cui offriamo un assaggio
in queste pagine). «Molte erano un tantino scettiche, all’inizio», ricorda
Traavik. «Sembrava loro troppo bello per essere vero».
Anche le
fotografie rientrano nella dinamica del progetto: sono diventate una mostra
itinerante che ha già attirato migliaia di visitatori nelle tappe norvegesi e
polacche dello scorso autunno. Sono immagini, in effetti, che non hanno nulla
di patetico o di vittimistico, quantunque inducano a pensieri gravi.
La proclamazione di Miss Landmine avverrà il 4 aprile, quando per la terza
volta si celebrerà la Giornata mondiale contro le mine, sotto egida Onu. Alla
reginetta, una protesi norvegese in premio. Ci auguriamo un
ex aequo per tutte…
Fino al
giorno prima, in ogni caso, chiunque avrà la possibilità di votare online –
chiunque non sia contro, naturalmente.
foto Miss Landmine 2008