«Rimpiango solo di avere un’unica vita da spendere per la mia gente». Parla come se fosse una donna vissuta Malalai Joya, in realtà invece ha solo 30 anni. Ma 30 anni non sono pochi per una ragazza che vive in un paese in guerra. Tutt’altro. Quando si cresce insieme ad altre donne cui viene negato il diritto alla libertà personale, all’istruzione, alla salute, la propria vita viene segnata da un altro tempo. Un tempo non scandito dai ritmi occidentali. Un tempo più lento, capace di segnare in modo indelebile la mente e il cuore, di dare coraggio a gesti estremi che possono mettere a repentaglio la propria sopravvivenza.
La determinazione che contraddistingue le scelte di Malalai proviene da lontano, dal campo profughi in cui passa l’infanzia. È questo contesto, in cui cresce e si forma, a tracciare la sua storia, ancora più di quel nome che, come lei stessa racconta, sembra comunque averle segnato il destino già da quando era in fasce. Malalai in Afghanistan è infatti un’eroina nazionale. Una sorta di Giovanna d’Arco, che nel 1880, durante la battaglia di Maiwand contro i colonialisti britannici, si tolse il burqa per impugnare la spada e guidare i combattenti alla vittoria.
Malalai Joya nasce nel 1978, nella provincia occidentale di Farah, Afghanistan, confinante con l’Iran. La sua è una famiglia povera, composta da altri 3 fratelli e 6 sorelle. La madre è una donna umile e analfabeta, il padre è un uomo forte che sogna di fare il medico. Un sogno che però deve abbandonare nel momento in cui, per andare a combattere contro i sovietici, lascia gli studi in medicina.
La vita da esule per Malalai comincia presto, a soli 4 anni. È nel campo profughi di Quetta, in Pakistan, che entra in contatto per la prima volta con la sofferenza della popolazione afgana. Una realtà che avvolge ogni momento delle sue giornate, portandola a maturare la decisione di dedicarsi alla propria gente. È ancora poco più che una bambina quando inizia ad assistere i malati dell’ospedale di campo e ad insegnare alle altre donne le cose che lei stessa ha appreso a scuola.
Quando Malalai torna in Afghanistan, a Herat, la guerra contro i russi ha lasciato posto a un conflitto di potere tra “signori” afgani, che viene vinto dai talebani. I nuovi dominatori peggiorano la condizione delle donne. Al genere femminile è infatti preclusa qualsiasi libertà. Una situazione difficile da digerire per Malalai che, coperta dal burqa, inizia a lavorare clandestinamente di casa in casa, tenendo corsi di alfabetizzazione per le donne. Un intervento ancora necessario: «Il governo non è ancora democratico, chi è al potere indossa la “maschera della democrazia”, cioè la giacca e la cravatta – afferma Malalai – ma non vuole la libertà e l’istruzione delle donne».
Dopo la cacciata dei talebani, la giovane afgana torna a Farah. Oramai è determinata, sa che se si vuole ricostruire il paese, bisogna migliorare la condizione femminile, il che vuol dire istruire le donne, inserirle nel mondo del lavoro, garantire loro la salute e la parità dei diritti civili. Tutte necessità che diventano ogni giorno più urgenti. Il suo diviene un impegno costante, tanto che in breve tempo diventa responsabile dell’Organizzazione per la promozione delle capacità delle donne afgane (Opawc), un incarico che, nel dicembre del 2003, la porta alla Loya Jirga, il consiglio afgano che ha il compito di stilare la carta costituzionale del suo Paese.
È questa partecipazione che le cambia la vita. Malalai capisce subito di avere un’occasione unica non tanto per se stessa, quanto per il suo popolo. Può finalmente denunciare ad alta voce il potere nella sede del potere stesso. E così fa. Interviene accusando quelli che lei chiama “signori della guerra” di essere nient’altro che trafficanti di armi, criminali che privano la gente dei propri diritti e della propria libertà. Il discorso crea scompiglio, soprattutto tra i mujaheddin. Non appena Malalai termina di puntare il dito contro coloro che dovrebbe garantire la nascita della democrazia in Afghanistan, su di lei piovono ingiurie e minacce di morte. Per questo viene allontanata e la sua vita inizia ad essere protetta dalle Nazioni Unite.
La determinazione di una donna convinta di essere dalla parte del giusto è però dura a morire. E, passati due anni, nel 2005, Malalai è in corsa per il Parlamento. La sua campagna elettorale si fonda sempre sulle stesse parole di denuncia. Il dito sta a indicare ancora una volta la corruzione dei
war lords, i “signori della guerra”. Quegli uomini che «andrebbero processati nelle corti internazionali e invece continuano tranquillamente a detenere il potere». Finché «saranno in Parlamento – accusa Malalai – la situazione del paese non potrà cambiare». Parole forti, che il popolo afgano apprezza e ripaga con oltre 7.600 preferenze. Un 7% che fa di Malalai la seconda candidata più votata nella provincia di Farah e che posiziona la sua vittoria al di sopra di quella legge che assegna di diritto alle donne 68 seggi su 249.
Nonostante il successo personale di Malalai, le elezioni non avvengono in modo trasparente. L’osservatorio dei diritti umani Human Rights Watch denuncia che l’80% dei membri eletti al Parlamento non è rappresentativo della popolazione. Ed è ancora Malalai, questa volta dai banchi delle istituzioni ufficiali, a riportare la delusione della molta gente che non ha votato perché disgustata dai nomi dei candidati. Gli stessi dei trafficanti di droga, dei
war lords, quelli che lei accusa di essere fondamentalisti e antidemocratici, oltre che criminali per le violazioni dei diritti umani di cui sono responsabili. Ma in Parlamento, più che altrove, questo tipo di denunce non sono ben accette. Diversi colleghi minacciano Malalai di stupro e di morte. Una deputata arriva a dire che potrebbe farsi esplodere se sapesse che questo è l’unico modo per fermarla.
Le storie, si sa, a volte si ripetono. E così com’era accaduto alla Loya Jirga, anche in Parlamento i signori della guerra allontanano Malalai, espellendola. Per farlo usano un suo commento espresso durante un’intervista: «Il Parlamento afgano è peggio di uno zoo… i membri che vi siedono sono i primi nemici del popolo… Prima che venissero i talebani, questi signori della guerra avevano ucciso 65mila innocenti nella sola Kabul». L’espulsione, il 21 maggio del 2007, viene votata dalla larga maggioranza. Malalai viene sospesa per tre anni, a suo carico il Parlamento ordina che venga aperta, dalla Corte suprema, un’inchiesta. Non è finita, viene anche richiesto al ministro dell’Interno di limitare gli spostamenti della donna, in modo che non le sia concesso di uscire dall’Afghanistan.
Ma un’eroina storica – questo è ciò che è stato, e sarà ancora una volta, Malalai – rialza sempre la testa. E in una conferenza a Kabul denuncia la cospirazione politica organizzata contro di lei, dicendosi pronta a continuare la lotta. Annuncia pure che utilizzerà la possibilità di apparire davanti alla Corte per denunciare i nemici del paese. Un annuncio che è già di per sé una denuncia poiché non esiste giustizia in Afghanistan, visto che anche il sistema giudiziario è controllato dagli stessi
war lords.
Il popolo intanto si schiera. Arrivano lettere, mail, telefonate. La corsa per esprimere solidarietà a Malalai dilaga, tanto che i signori della guerra devono proibire le manifestazioni. Le donne afgane sparse per il mondo aprono siti per sostenere e far conoscere la sua lotta, richiedono a chiunque di scrivere lettere di protesta, sottoscrivere petizioni. L’unica speranza per Malalai è arrivare a un processo vero, internazionale. Lei spera che ciò accada prima che le succeda qualcosa. Oggi infatti vive una vita in fuga, cambiando casa ogni notte ed evitando, da oltre un anno, di vedere la propria famiglia.