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Ricordando Falcone e Borsellino
La Redazione
In questi giorni si ricordano i 17 anni dalla strage dei Georgofili a Firenze (la notte tra il 26 e 27 maggio 1993) e i 18 anni dalla strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta (23 maggio 1992). Tra 57 giorni poi sarà il momento di commemorare Paolo Borsellino, morto in via D’Amelio, il 19 luglio del 1992, insieme ai suoi «cinque angeli».
«La mafia – diceva Falcone – è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine».
A distanza di quasi vent’anni, non solo non abbiamo ancora letto la parola fine, ma sappiamo che non fu solo la mafia a uccidere allora. L’intreccio della politica con il malaffare continua. Ne abbiamo notizia tutti i giorni. Ma l’esempio di chi ha scelto di combattere questa connivenza, di queste donne e uomini in cui il coraggio sovrasta la paura, deve rimanere sempre presente.
Come diceva Paolo Borsellino, consapevole dopo la morte di Falcone di essere oramai «un morto che cammina», «la paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti».
A un mese dalla morte di Falcone, Borsellino, partecipando alla grande manifestazione che invase le vie di Palermo (100mila persone), parlò ai presenti e a sé stesso: «Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione? Per amore. La sua vita è stata un atto d’amore verso questa città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene... Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo, continuando la loro opera... dimostrando, a noi stessi e al mondo, che Falcone è vivo».
Due giorni prima di morire, Borsellino dirà alla moglie Agnese: «Io non vedrò i risultati del mio lavoro, li vedrete voi dopo la mia morte, perché la gente si ribellerà, si ribelleranno le coscienze degli uomini di buona volontà». Per questo oggi dedichiamo la nostra newsletter a loro, a Giovanni e a Paolo – morti così come sono vissuti, stretti da un’amicizia che sconfinava nella fratellanza –, e alle loro scorte. Per non dimenticare che abbiamo un’eredità da portare avanti, per noi e per i nostri figli. Perché di questo ci sarà chiesto, «non se siamo stati credenti, ma credibili».

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