Giovedì, 15 Novembre 2018 14:10

Tra jihàd e salàm

I comportamenti negativi di certi musulmani vengono ricondotti a presunti contenuti del Corano, in particolare in rapporto alla violenza e alla guerra. Ma questa breve panoramica dei versi coranici, 
dei detti del profeta Muhammad e dei termini 
salàm (pace) e jihàd possono rivelare altro

Il termine salàm è in relazione con la ricompensa nella vita eterna dell’aldilà e con le opere di giustizia che portano a meritarsela. Nel Corano troviamo il concetto di pace riferito non solo ai rapporti tra il Profeta e i suoi contemporanei ma anche ai rapporti tra i musulmani e coloro che li perseguitavano e li attaccavano.
Diversi sono i versetti che invitano alla concordia e a non esasperare i toni in caso di conflitto: «Allontanati da loro, perdonali e di’ “pace”. Presto sapranno» (Corano 43,89).
In altri versetti si esortano i credenti ad augurare la pace e a trattare con rispetto e garbo anche chi non crede e non vuole accettare il Messaggio: «I servi del Misericordioso sono coloro che camminano sulla terra con modestia, e quando i pagani si rivolgono loro rispondono “pace!” (25,63).
Anche in caso di conflitto deve sempre prevalere l’intento difensivo: “Se dunque essi si tengono in disparte da voi e non vi combattono e vi offrono la pace, Dio non vi dà facoltà di combatterli” (4,90).

Jihàd: un termine da chiarire
In arabo jihàd significa impegno, sforzo di miglioramento di sé stessi. Fare jihàd significa sforzarsi per realizzare qualcosa di benefico e positivo per sé stessi e per gli altri. Purtroppo questo concetto viene erroneamente tradotto come “guerra santa”, e cioè la guerra che i musulmani avrebbero condotto per imporre al mondo la loro religione.
In arabo la traduzione del termine guerra è harb, e nel Corano come nella Sunna del profeta Muhammad mai si è parlato di guerra santa. Questa espressione è stata usata per la prima volta ai tempi di papa Urbano III per incitare i cristiani ad andare a “liberare” la Terra Santa. Sta di fatto che, strada facendo, i crociati diretti verso di essa, si sono macchiati, in nome di quella “guerra santa”, anche di stragi di comunità ebraiche inermi.
L’idea di imporre la propria religione non ha nessun fondamento nel Corano né nella Sunna: «Non c’è costrizione nella religione» (2,256).

Non è storicamente vero che l’islàm si sia sempre diffuso con la spada e con metodi violenti. In Indonesia, il più esteso Paese a maggioranza islàmica, non è mai arrivato nessun esercito musulmano, sono invece arrivati dei commercianti che con il loro comportamento hanno indotto quelle popolazioni ad abbracciare l’islàm.
Jihàd è sforzo verso la giustizia e la verità, e non implica necessariamente uno scontro armato. La guerra di aggressione è proibita e il combattimento armato ha dei limiti, quelli della legittima difesa: «Combatteteli affinché non ci sia più persecuzione… Se desistono non ci sia più ostilità, a parte contro coloro che prevaricano» (2,193). Non deve quindi essere la distruzione del nemico l’obiettivo dei musulmani, ma la cessazione della fitna (persecuzione), che «è peggiore dell’omicidio» (2,191). In tal senso, combattere per la causa di Dio nell’islàm è sinonimo di impegnarsi per la giustizia.

Elogio della misericordia
Esistono diversi tipi di jihàd. Si dice che il profeta Muhammad, rientrato a Medina dopo una battaglia, abbia detto: «Siamo tornati dal jihàd minore al jihàd maggiore», intendendo per “jihàd minore” la lotta contro l’aggressore e per “jihàd maggiore” la lotta che ogni musulmano deve compiere quotidianamente contro il proprio egoismo e per liberare il proprio cuore dai cattivi propositi e dall’ira; il Profeta infatti diceva: “Non è veramente forte il più forte nel combattimento, ma chi riesce a controllarsi nei momenti di rabbia».
E quando tornò alla Mecca per liberarla dal dominio idolatrico, dopo che gli abitanti della città lo avevano perseguitato per tredici anni, arrivando a uccidere con la tortura molti dei suoi compagni, il Profeta, seguito da un esercito di diecimila uomini, entrò in città senza far scorrere una sola goccia di sangue, dicendo agli abitanti della Mecca: «In verità vi dico, come disse mio fratello Yùsuf (il profeta Giuseppe): “Oggi non subirete nessun rimprovero! Che Dio vi perdoni, Egli è il più Misericordioso dei Misericordiosi!”».

Quale guerra?
A partire dai citati versetti del Corano e dalla vita del Profeta possiamo concludere che:
– 
la guerra è lecita solo in caso di legittima difesa, quando tutti i mezzi pacifici non hanno potuto fermare l’aggressione; «Se essi sono inclini alla pace siatelo anche voi»;
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si è autorizzati a difendersi in caso di oppressione e tirannia, quando le libertà di opinione e di espressione non sono rispettate e quando le case e le proprietà vengono violate;
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si è autorizzati a resistere per appoggiare coloro che vengono sottoposti agli stessi comportamenti ingiusti: «Il jihàd più grande è una parola di verità detta davanti a un sultano ingiusto» (detto del profeta Muhammad).
Pratiche nonviolente
Anche quando i musulmani sono troppo deboli e oppressi per rivoltarsi contro un tiranno, devono comunque rifiutarsi di obbedire a un governo oppressore e iniquo: possono farlo andando altrove. Deboli o potenti, devono fare qualcosa: è questa attitudine all’azione che li rende facilmente adatti a intraprendere lotte nonviolente.

Continua...

Last modified on Lunedì, 26 Novembre 2018 21:19

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