Giovedì, 01 Giugno 2017 16:43

Il dono è dono

Sono clown di corsia da tre anni.
Per ironia della sorte, nello stesso momento in cui mi veniva diagnosticato il cancro, venivo selezionata per entrare a far parte di un’associazione* il cui scopo è “vivere in positivo” , ossia cercare la bellezza in ogni situazione, anche le peggiori, come gli ospedali, dove far sentire ai pazienti che prima di essere “malati” si continua ad essere “persone”

Nel momento più buio della malattia e della mia vita, mi veniva offerto uno sguardo particolare sulla bellezza, che, nonostante tutto, continua ad esistere nel mondo.

Così nel novembre 2014 è nata Bijoux, il mio alter ego, in grado di vivere e far vivere momenti di pura gioia nel dolore, e di inventare storie colorate e sogni di bolle di sapone. Nei primi mesi del 2015 Monica faceva la chemioterapia il martedì, e il sabato o la domenica Bijoux andava in ospedale ad alleviare per cinque minuti la giornata di qualcuno. Essere due persone allo stesso tempo, una malata e l’altra sana, una afflitta e l’altra carica di gioia, mi ha aiutato ad affrontare le terapie, gli esami e tutto quello che è ne seguito con una leggerezza che difficilmente avrei avuto altrimenti.

Nel terremoto di San Severino

Per questo, quando l’estate scorsa è avvenuto il terremoto in Centro Italia, ho pensato subito che, se ne avessi avuto la possibilità, avrei voluto poter aiutare in qualche modo quelle persone, far sentire loro nella quotidianità che non erano sole e che la vita continua ad andare avanti anche nei momenti più terribili. Ed ecco l’occasione: domenica 19 marzo 2017, partita del cuore tra nazionale attori e locali a San Severino Marche.
I danni del terremoto sono visibili: edifici degli anni Cinquanta rasi al suolo come fossero di panna, accanto ad antichi campanili che rimangono in piedi con fierezza. Il 64% delle case è inagibile e negli occhi della gente si legge ancora tanta tanta paura.

Siamo una settantina di clown di diverse associazioni e arriviamo in piazza facendo un casino pazzesco. La gente si affaccia alle finestre, ci saluta, ride; sulle scale del municipio la sindaca, con tanto di fascia, è pronta a darci il benvenuto, e subito viene coinvolta in un girotondo con il paracadute. Alcuni attori, già arrivati per la partita del pomeriggio, ci dicono che le vere star siamo noi… ma sbagliano, la star è la popolazione.

Cantiamo in piazza, regaliamo palloncini ai bambini, letteralmente invadiamo il paese, soprattutto perché è ora di pranzo e noi ci sediamo ovunque ad aprire le valigie di cibo e a condividerlo con tutti. Poi partiamo alla volta dello stadio, rubando cabaret di paste a chi esce dalle pasticcerie (gliele abbiamo poi ridate). Arriviamo allo stadio, nella zona rossa del paese. La partita è per raccogliere fondi e ricostruire le scuole che sono totalmente inagibili, da radere al suolo. Tutti gli edifici sono da abbattere, ci sono gru ovunque, e ancora calcinacci in mezzo alla strada, sebbene siano passati mesi dal sisma. Transenne arancioni, vigili del fuoco stanchi, bambini e anziani, attori e giocatori di calcio. Ci dividiamo nei tre “gruppi di lavoro”: io sono staff per cui, in realtà, posso fare un po’ come mi pare.

Per tutta la giornata andrò un po’ in giro, starò sulla tribuna a fare casino e a fare palloncini, ma soprattutto riderò un sacco. La gente ci chiede da dove veniamo e perché siamo lì. Quando rispondiamo che siamo da tutta Italia e che siamo lì per loro, si mettono a piangere. Alle 15 veniamo chiamati verso gli spogliatoi: è il momento di entrare in campo con le due squadre di calcio e i bambini che le accompagnano; in cinquanta gridiamo nomi di attori che non conosciamo, facciamo foto a gogò; poi entriamo in campo con loro, cantando e ballando, e ci mettiamo in posizione “cuore umano” con i bambini al centro. Tutti assieme cantiamo l’inno di Italia, e per la prima volta in vita mia mi commuovo cantando le parole «l’Italia chiamò». Perché questo è successo quel giorno: l’Italia ha chiamato, e noi abbiamo risposto.
Alla fine lasciamo andare in cielo i palloncini rossi a forma di cuore, che costellano l’azzurro come un in quadro di Magritte. Ci guardiamo in faccia, e tutti abbiamo gli occhi lucidi. Inizia la partita e noi siamo più liberi, anche di prenderci cinque minuti di pausa.

La vita è più forte

Facciamo un giro in paese e a chiunque incontriamo diamo un abbraccio, un palloncino, due chiacchiere. Poi ci ritroviamo ai tendoni della Protezione civile, dove sono stati allestiti stand per bambini. Lì incontro la signora Anna. Un donna di circa 85 anni, zia di una clown locale.
La signora Anna ha un accento spettacolare e gli occhi azzurrissimi. Cominciamo a parlare e lei, con la voce rotta, ci dice che affacciarsi dalle finestre e vedere tutti noi in giro per il paese le ha fatto pensare che finalmente la vita stava tornando in quelle “terre maledette”: «Questa mezza Italia è stata maledetta ma con voi c’è di nuovo un po’ di gioia».
E i miei occhi si bagnano alla grande. Ci dice che ha ancora un sacco di paura, che tutta la gente ha paura; che non capisce perché in Italia ci siano persone che picchiano le compagne, che ammazzano, quando farebbero molto meglio a impiegare il loro tempo ad aiutare gli altri, e che noi siamo l’Italia che è bella. Le regalo un piccolo fiore di legno, dicendole di tenerlo stretto e di guardarlo quando perde la speranza, per ricordarsi che la primavera torna sempre, nonostante tutto.

Le chiedo in prestito una penna per scrivere dediche sui camici di alcuni clown; quando vado a ridargliela lei mi dice: «No no, quello che è dono è dono!». E io capisco perché sono andata là nelle Marche, perché ho dormito appena quattro ore e ho fatto un sacco di ore di macchina: perché il dono è dono.

Continua

Last modified on Giovedì, 08 Giugno 2017 13:49

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