Martedì, 30 Ottobre 2018 21:43

L’ascolto che trasforma

Quando sono stata invitata a partecipare come uditrice al Sinodo, sono rimasta davvero sorpresa. Non me lo aspettavo. Tra l’altro non avevo la più pallida idea di come esso si svolgesse. Posso dire che per me ha costituito un’esperienza incredibilmente arricchente e rivitalizzante dell’essere Chiesa

Le aspettative erano tante. Sono rimasta impressionata da una lettera indirizzata a papa Francesco da giovani missionari appartenenti a differenti Chiese cristiane: anche loro sperano che questo Sinodo possa aiutarli ad accompagnare meglio i loro coetanei nel discernimento della propria vocazione. Questo desiderio rivela che i giovani sono già co-creatori di una Chiesa relazionale, inclusiva e “in uscita”, in cui si sentono a casa.
Una delle parole-chiave di questo evento è stata “ascoltare le aspirazioni dei giovani”. Mentre stavamo lavorando sulla prima parte dello Strumento di lavoro è emersa la necessità di vivere in modo concreto la cultura dell’ascolto: permette di diventare comunità empatica, relazionale e “in uscita”.

Un grido dall’Africa
In Africa le giovani generazioni sono vittime di un sistema socio-economico e politico basato sull’esclusione delle moltitudini da parte di élite ristrette: per questo i giovani chiedono una Chiesa che si faccia prossima e partecipe delle loro fatiche quotidiane. Una Chiesa con padri e madri che davvero si prendano cura di loro e li accompagnino nell’affrontare le sfide di oggi. Chiedono persone coerenti, che vivano quello che dicono, e che sappiano aiutarli a scegliere ciò che promuove la loro crescita.

La seconda settimana dei lavori è stata incentrata su fede, vocazione, discernimento e accompagnamento. La vocazione non è esclusiva di pochi “prescelti”: è una chiamata universale alla gioia e all’amore. Ogni vita umana risponde a una vocazione, e ogni volta che c’è una chiamata, matura anche una risposta. A tal riguardo i giovani e le giovani presenti al Sinodo hanno espresso con molta chiarezza, vivacità, e anche con commozione, la necessità di essere accompagnati nella loro quotidianità concreta.

Un giovane ha affermato: «Noi desideriamo vivere amando anche i nostri coetanei che non aderiscono alla fede cristiana o a istituzioni religiose; ci sta a cuore condividere con loro la gioia che attingiamo dal Vangelo e desideriamo vivere in pienezza il dono della vita, nonostante le nostre debolezze, i nostri fallimenti e i nostri errori». La richiesta emersa con insistenza è che ci siano persone credibili, accessibili e disponibili a camminare insieme nella ricerca di una vita densa di significato, come quella che scaturisce dall’aver dato risposta alla propria vocazione personale: «Uomini e donne capaci di evocare in noi domande profonde sulla nostra vita – precisano –, adulti che ci incoraggino a esplorare queste domande, senza darci risposte preconfezionate».

Risonanze comuni
Dalla mia esperienza posso dire che queste affermazioni rispecchiano le speranze di tanti e tante giovani in Africa che chiedono una Chiesa più coerente e più vicina a loro. Chiedono persone che abbiano con loro la delicatezza che Gesù di Nazaret ha avuto verso i due discepoli che camminavano sconsolati verso Emmaus: ha saputo avvicinarsi a loro e fare domande, camminare e stare con loro; ha cambiato i suoi programmi quando è stato necessario, e ha saputo anche quale fosse il momento opportuno per andarsene.

Continua...

Last modified on Martedì, 30 Ottobre 2018 21:59

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