Lunedì, 15 Ottobre 2018 19:30

Un abbraccio secolare

Il traguardo di un secolo invita alla sosta: è occasione per fare memoria della fatica dei primi passi e raccogliere quanto è cresciuto, nonostante le difficoltà e gli anni di internamento subiti durante la Seconda guerra mondiale. È tempo di gratitudine. Le missionarie comboniane hanno vissuto cent’anni con i popoli dell’Uganda del Nord, rimanendo al loro fianco anche negli anni bui dei colpi di Stato, della dittatura di Idi Amin Dada dal 1971 al 1979, e dello strascico di violenze raccapriccianti che ne è seguito. Queste pagine, attingendo a frammenti di cronaca e appunti di missionarie vissute in Uganda, ripercorrono la loro relazione vitale con la gente nei primi decenni di presenza. Gli anni successivi sono rimandati al prossimo numero

Il ruolo svolto dalle missioni è ancora dibattuto: sono state canali di colonizzazione o aperture liberanti?
Nel 1946, in Note storiche sulle Missioni d’Uganda, il comboniano Radaelli affermava: «I funzionari inglesi temevano i missionari perché sapevano che essi insegnavano agli africani che tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio, e questo avrebbe portato gli africani a ribellarsi all’autorità coloniale». Nel 1969, l’economista Hosea Jaffe scriveva il contrario: «La conquista coloniale cominciò con i missionari, seguiti dai commercianti e poi dai soldati».
Queste pagine non si occupano di analisi politiche: lasciano semplicemente parlare il vissuto.

Verso Gulu
Il distretto di Gulu, abitato dall’etnia Acioli, nella prima metà dell’Ottocento era già stato raggiunto dai mercanti arabi di schiavi e d’avorio. L’esploratore John Hanning Speke, dopo aver raggiunto le sorgenti del Nilo nel 1862, arrivò a Khartoum via Gondokoro e passò vicino a Gulu, aprendo una via di comunicazione tra il Sudan e l’Uganda.
L’esercito britannico raggiunse questa zona nel 1898, quando intraprese una marcia dal regno del Buganda verso settentrione, per contrastare la rivoluzione mahdista in Sudan. Da allora il Nord Uganda passò lentamente sotto l’influenza britannica, che vi autorizzò il servizio missionario di anglicani e cattolici, fra i quali non mancarono tensioni e scontri, ma anche gesti di grande solidarietà.
I missionari comboniani avevano raggiunto il Nord Uganda nel 1910 e si erano stabiliti a Gulu nel 1911, dopo due tentativi in luoghi infetti dalla malattia del sonno. La stazione era stata edificata inizialmente dall’inglese Sullivan su una collina chiamata in lingua locale Agulu (ciotola).
Venendo dal Sudan e non parlando inglese, i comboniani all’inizio ebbero vari malintesi con i funzionari britannici; intendevano meglio la lingua locale, simile a quella delle etnie nilotiche del Sudan.
Già nel 1913 i missionari avevano chiesto di essere coadiuvati dalle suore per la cucina, il bucato e per l’educazione delle donne. La mancanza di mezzi ritardò la risposta, ulteriormente dilazionata dalla Prima guerra mondiale.

Si parte!
Finalmente, l’11 ottobre 1918, le missionarie comboniane Amalia Lonardi, Rosalba Girlanda e Luigia Quaglia si mettono in viaggio dal Cairo: dopo cinque giorni fra treno e battello arrivano a Khartoum, dove trovano Camilla Uberti e la veterana Carla Troenzi, che in Sudan era già stata superiora della comunità di Lul fra gli Shilluk; questi erano dello stesso gruppo etnico (Luo) dei popoli del Nord Uganda, perciò la sua esperienza fu preziosa. Suor Camilla, minuta e molto vivace, non farà mancare colorite cronache delle loro avventure.
Per accompagnare le suore fino a Gulu, a Khartoum era appositamente arrivato dall’Uganda anche padre Antonio Vignato. Fatte le provviste per il mese di viaggio e per la loro nuova casa, la comitiva parte: naviga sul Nilo per due settimane, fino a Rejaf, a sud dell’attuale Juba, e poi prosegue via terra per quasi 260 chilometri, percorsi in due settimane.

Gli inizi
A Gulu le suore trovano una casa in muratura, vicino alla scuola femminile loro affidata. Poco lontano, un ampio orto irrigato dal torrente, prezioso per provvedere frutta e verdura.
Quantunque non conoscessero la lingua, iniziano subito il loro lavoro: due nel catecumenato e nella scuola materna, una in cucina e due in guardaroba, per rammendare alla meglio la biancheria e gli indumenti dei missionari.
Poco dopo cominciano a visitare i villaggi, ma all’inizio la gente era diffidente: non capiva chi fossero, se uomini o donne, e quali intenzioni avessero. Alcuni, addirittura, si nascondono nella macchia. Suor Carla Troenzi, comprendendo la loro lingua, riesce a dissipare gli iniziali timori. Quando le suore diventano più familiari nel paesaggio, la popolazione dei villaggi le accoglie cordialmente, anche per il valore delle loro medicine. Molte le visite che esse stesse ricevono, al punto che una di loro scrive: «Il viavai continuo degli indigeni nella nostra casa aveva in breve rovinato il pavimento del laboratorio e delle verande».

Attente alle donne
Già agli inizi del 1919 le missionarie avviano la scuola femminile, affidata a suor Camilla Uberti. In una sua lettera del luglio 1919, con tono faceto la descrive chiamandola scherzosamente l’Università di Gulu: «Ciò che di più moderno si trova nella mia scuola è certo il pavimento, dal quale qua e là germogliano e crescono le patate dolci, a tentazione delle allieve, che vorrebbero raccoglierle per far merenda durante la lezione: cosa, questa, proibitissima dal regolamento, dovendo esse servire di premio per il doposcuola. Banchi, sedie, attaccapanni, sono nella nuova università tutte cose inutili perché le allieve si accoccolano per terra a gruppi di quattro-cinque, leggendo forte ciascuna per proprio conto. Tale è ora l’Università femminile di Gulu, con programmi e regolamenti veramente comodi e all’altezza... dell’insegnante».
Anche il servizio sanitario inizia subito, aperto a tutti e tutte, sotto un albero o in un angolo della veranda della casa. E molte altre persone vengono curate durante le visite ai villaggi, raggiunti a piedi o in bicicletta. Presto le suore vengono autorizzate anche a visitare i prigionieri.

Oltre Gulu
Dal 1920 al 1929, ovvero entro un decennio dal loro arrivo, grazie al sopraggiungere di nuove missionarie le comboniane aprono altre sei comunità.
Il 6 agosto 1920, con l’arrivo di Benedetta Colombo, Raffaella Consolaro, Giuseppa Carminati e Primina Colombo, affiancate dalla veterana Luigia Quaglia, inizia la seconda comunità. Sempre in terra Acioli a nord-est di Gulu, a Kitgum. Nel 1912 l’amministrazione britannica vi aveva stabilito una stazione permanente al centro del distretto di Chwa e nel 1915 i comboniani vi avevano avviato una missione, costellata da chiesette-scuole sparse nei villaggi. L’epidemia di vaiolo, che nel 1917 contagiò l’area con il suo carico di morte, venne attribuita ai “bianchi”. Chiunque intrattenesse rapporti con loro era considerato maledetto. Due giovani catechisti di 18 e 13 anni, Daudi Okello e Jildo Irwa, vengono per questo trucidati nel 1918.
Anche per tali precedenti, all’inizio prevale la diffidenza verso le religiose, ma viene presto dissolta, come ricorda con simpatia suor Amalia Lonardi, che peraltro, nel 1925, fu la prima religiosa a viaggiare su una moto, guidata da fratel Simone Fanti.

Continua...

Last modified on Lunedì, 15 Ottobre 2018 19:51

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Il Centro di Comunicazione Combonifem è un stato costituito a Verona dalle Suore missionarie comboniane nel 2008.

Attraverso una rivista, un sito web e social media correlati promuove la dignità di ogni persona nel rispetto delle differenze di genere, di cultura e di religione, per far crescere società inclusive attente al bene comune.

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