Mercoledì, 24 Ottobre 2018 14:43

Missione: dono reciproco

Persino nel santuario di Montenero, a Livorno, dove la Madonna venerata è la patrona della Toscana, il padre superiore viene dalla lontana India, ha cinquantasei anni e si chiama don Joy Oonnukallel.
Poco distante, a Pisa, una suora indiana della regione del Kerala, Brigit Kinkaranthara, è diventata superiora generale delle Figlie di Nazaret, congregazione femminile fondata a Pisa da padre Agostino da Montefeltro. A Viareggio, infine, la popolosa parrocchia di Sant’Antonio è gestita solo da preti polacchi.

Una Chiesa “straniera”?
Tre storie che evidenziano come anche in terra italiana parrocchie, conventi e monasteri siano sempre più popolati da preti e suore provenienti dall’India, dalle Filippine, dall’Est europeo, in particolare dalla Polonia; dal Sud America e, in buona misura, dall’Africa.
Quasi un’invasione, che in tempi di crisi delle vocazioni permette alla Chiesa di mantenere, alla meno peggio, le sue strutture – parrocchie, conventi, istituti, scuole cattoliche, asili – e la presenza religiosa, per esempio negli ospedali.
I numeri sono eloquenti. A Livorno i preti stranieri salvano le parrocchie: grosso modo quasi uno su tre proviene da oltre frontiera. Ad Arezzo, su 140 preti 45 sono stranieri. A Firenze, 84 su 313. A Pisa gli stranieri sono una trentina.
Più difficile quantificare il numero delle suore non italiane, perché appartengono a una miriade di congregazioni e di istituti non facilmente censibili. Una presenza, quella di preti e suore di altri Paesi, che fa discutere, crea problemi, suscita interrogativi nella stessa Chiesa.

Interroghiamoci
Già nel 2014, all’inizio del suo pontificato, papa Francesco, rivolgendosi all’Unione dei Superiori Generali, denunciò il pericolo di una «tratta delle novizie». Una realtà già segnalata nel 1994 dai vescovi filippini, che nel contesto del Sinodo ordinario sulla vita consacrata e la sua missione denunciarono come «tratta delle novizie» quel massiccio «arrivo di congregazioni straniere che aprivano case nell’arcipelago allo scopo di reclutare vocazioni da trapiantare in Europa».
E dalla bocca di qualche prete italiano escono parole che vorrebbero tratteggiare una sorta di parallelismo tra l’immigrazione dei lavoratori e quella religiosa: «Il rischio che vedo è che fare il prete o la suora, nell’immaginario collettivo, diventi come fare la badante o il muratore: se non ci sono italiani che lo vogliono fare, importiamo “forza lavoro” dall’estero».
Il fenomeno è complesso, perché accanto a religiosi immigrati che si sono inseriti bene e hanno acquisito ruoli di comando nelle rispettive comunità di appartenenza, si sono registrati anche problemi di rigetto, di disagi e di tensioni. E allora sorge la domanda: «Che cosa vengono a fare questi preti africani e asiatici o di altra nazionalità, nelle nostre parrocchie? Che cosa hanno di nuovo da dirci?»
Forse poco o niente di “nuovo“ da dirci per quanto riguarda i contenuti della fede, ma certamente molto se li accogliamo come portatori di un loro stile particolare nel vivere la stessa fede che viviamo.

Portatori di un stile di Chiesa
È innegabile che esistano talvolta dei pregiudizi non solo nella società civile che tende a catalogare questi “stranieri” come “meno”: meno preparati culturalmente, meno capaci di destreggiarsi dentro le complessità del vivere occidentale, meno autonomi dalla ricerca dell’utile a tutti i costi; ma anche la comunità cristiana non è esente dal lesinare la fiducia, o dal sospettare che ci siano secondi fini nascosti nel lasciare le loro terre per approdare “in casa nostra”.

Continua...

Last modified on Mercoledì, 24 Ottobre 2018 17:33

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