Cinquant’anni di bugie sull’occupazione israeliana La barriera che separa Israele dai territori palestinesi a Gerusalemme Est, l’11 giugno 2016. Daniel Berehulak, The New York Times/Contrasto
Mercoledì, 14 Giugno 2017 06:26

Cinquant’anni di bugie sull’occupazione israeliana

Facciamo conto che l’occupazione sia giustificata. Diciamo pure che Israele non aveva scelta. Non chiamiamola neppure occupazione. Diciamo che è stata riconosciuta dal diritto internazionale e che il mondo l’ha approvata. Immaginiamo che i palestinesi siano grati della sua presenza. Rimane comunque un piccolo problema: l’intera faccenda si basa interamente su delle bugie.

Dall’inizio a una fine che sembra sempre più lontana, è tutto un mucchio di bugie. Non c’è una sola parola di verità. Se non fosse stato per queste bugie, difficilmente si sarebbe arrivati dove siamo oggi. Queste bugie, in alcuni casi usate dalla destra come motivo di grande vanto – “per il bene d’Israele è lecito mentire” – sono sufficienti a disgustare qualunque persona perbene.

Tutto è cominciato con il dibattito su come chiamare la Cisgiordania e Gaza. Dai microfoni di radio Israele si decise di usare l’espressione “territori temporaneamente occupati”. È stata questa la prima bugia: lasciar credere che l’occupazione fosse temporanea e che Israele intendesse evacuare questi territori, presentati come una moneta di scambio nella ricerca della pace. Questa è probabilmente la più grande bugia e certamente la più decisiva, quella che ha permesso i festeggiamenti per i suoi cinquant’anni. La verità è che Israele non ha mai avuto intenzione di porre fine all’occupazione. Il suo presunto carattere temporaneo non è stato altro che un inganno che ha anestetizzato il mondo.

La seconda grande bugia è stata sostenere che l’occupazione servisse gli interessi di sicurezza d’Israele, che si trattasse di una misura di autodifesa presa da uno stato fragile e assediato dai nemici.

La terza bugia è stata il “processo di pace”, che non c’è mai stato davvero e che, in ogni caso, serviva solo a far durare di più l’occupazione. In molti hanno creduto a questa bugia. Il mondo è stato complice, e ha continuato a mentire a sé stesso. Ci sono stati litigi e presentazioni di mappe (tutte uguali tra loro). Sono state organizzate conferenze di pace, con numerosi vertici e sessioni di discussione, con inviati che viaggiavano freneticamente e chiacchiere perlopiù vuote. Tutto questo si fondava su una bugia, ovvero che Israele avesse anche solo l’idea di porre fine all’occupazione.

La quarta bugia, naturalmente, sta nelle colonie. Tutto il progetto nasce e cresce fondandosi su bugie. Nessuna colonia è stata creata in maniera onesta. A cominciare dalla permanenza nel Park hotel di Hebron, orchestrata da alcuni coloni nel 1968 fingendosi turisti svizzeri, passando dai “campi di lavoro” ai “campi di protezione”, dagli “scavi archeologici” alle “riserve naturali”, dagli “spazi verdi” alle firing zone (zone militarizzate destinate alle esercitazioni israeliane), e poi le “zone d’esplorazione”, gli avamposti e le espansioni. Tutte queste falsificazioni, approvate con un cenno del capo e strizzatine d’occhio, hanno portato alla più grande menzogna di tutte, quella dei “terreni di stato”. Si tratta di una bugia che può essere paragonata a quella secondo cui, per Israele, i palestinesi sarebbero dei “presenti assenti”.

I coloni hanno mentito. I politici hanno mentito. L’esercito e l’amministrazione civile hanno mentito. Hanno tutti mentito al mondo e a loro stessi. Con la scusa della protezione di un traliccio è stato costruito un enorme insediamento e da un fine settimana trascorso in quell’hotel è nata la peggiore di tutte le occupazioni, quella di Hebron. I ministri che l’hanno approvata, i componenti della knesset che hanno annuito e ammiccato, i funzionari che hanno firmato e i giornalisti che hanno insabbiato la faccenda, conoscevano tutti la verità. Gli statunitensi che hanno “condannato”, gli europei che si sono “infuriati” e il consiglio di sicurezza dell’Onu che “ha deciso”: nessuno di loro aveva alcuna intenzione di far seguire dei fatti alle parole. Anche il mondo mente a se stesso. Per tutti è conveniente comportarsi così.

È conveniente anche produrre le infinite menzogne quotidiane che coprono i crimini commessi dall’esercito, dalla polizia di frontiera, dallo Shin bet, dai servizi di polizia e dall’amministrazione civile israeliani, insomma da tutto l’apparato d’occupazione. È conveniente usare un linguaggio asettico, la lingua dell’occupante così amata dai mezzi d’informazione, la stessa usata per scusarsi e giustificarsi. Non c’è menzogna più grande in Israele di quella usata per descrivere l’occupazione, e non c’è un nessun altro fronte così ampio a sostenerla.

L’unica democrazia del Medio Oriente ricorre a una brutale tirannia militare e il suo esercito uccide più di cinquecento bambini e 250 donne in un’estate: qualcuno è in grado di concepire una menzogna più grande di questa? Qualcuno può immaginare un’illusione più grande dell’opinione, dominante oggi in Israele, secondo la quale saremmo stati obbligati a tutto questo, non avremmo voluto tutto questo e la colpa è tutta degli arabi?

Per non parlare della bugia sui due stati e la bugia su un Israele alla ricerca della pace, le bugie sulla nakba del 1948 e sulla “purezza” delle nostre armi in quella guerra, le menzogne sul fatto che il mondo intero è contro di noi e sul fatto che entrambe le parti sono da biasimare. Dalla frase di Golda Meir “non perdoneremo mai gli arabi per aver costretto i nostri figli a ucciderli” a quella secondo la quale “una nazione non può essere l’occupante della sua stessa terra”, alle bugie seguono altre bugie. La cosa continua fino a oggi. Cinquant’anni di occupazione, cinquanta sfumature di falsità. E ora cosa ci attende? Altri cinquant’anni d’occupazione?

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