Martedì, 30 Ottobre 2018 21:13

In cerca di PACE

Asia Bibi è una giovane mamma pachistana. Da nove anni è in carcere per aver pronunciato parole offensive contro il profeta Maometto. La sua condanna a morte per blasfemia, decretata nel 2010, è stata sospesa grazie a insistenti pressioni internazionali e il verdetto è atteso a giorni. Una credente cattolica non ha vita facile nella Repubblica islamica del Pakistan, ma neppure un credente musulmano come l’avvocato Salmaan Taseer: aver preso le difese di Asia e aver sollecitato la revisione della legge contro la blasfemia gli è costato la vita. È stato ucciso all’inizio del 2011 dalla sua guardia del corpo.

Nima è un giovane iraniano. Da tre anni è in Europa e da alcuni mesi ha ottenuto lo stato di rifugiato in un Paese dell’Unione. Con volto cupo denuncia: «Sono stato accusato di apostasia perché ho scelto di diventare cristiano. Sono fuggito per non essere condannato a morte o all’ergastolo». Ma in Iran ci sono anche molte persone di fede islamica che marciscono in prigione. Oltre 400 sufi sono in carcere per la loro diversa interpretazione della religione e oltre 350.000 fedeli bahai sono discriminati e perseguitati come “sciiti eretici”. Esclusi dall’accesso agli studi universitari, vengono imprigionati per aver organizzato spazi educativi alternativi. Lo denuncia con veemenza Shirin Ebadi, avvocata iraniana e Premio Nobel per la Pace 2003. Dal 2009 vive in esilio: il governo iraniano perseguita anche lei, musulmana. La sua unica colpa è difendere i diritti umani nel proprio Paese. Per farla tacere hanno arrestato suo marito e sua sorella, ma lei continua a denunciare le violazioni che avvengono in Iran.

In Palestina, il villaggio beduino di Khan al-Ahmar e la sua preziosa “scuola di gomme” sono ancora minacciati di demolizione dal governo israeliano. Sembra che quel popolo non abbia diritto a vivere con dignità sulla propria terra: ataviche questioni religiose fra ebrei e non-ebrei? Eppure, fra coloro che si mobilitano da anni a difesa del popolo beduino ci sono anche i “Rabbini per i diritti umani”.

Chi ha sfigurato per secoli il cristianesimo, rendendolo un sistema di potere intollerante? Cos’hanno avuto di evangelico le crociate, l’inquisizione e le guerre di religione?

E le donne? Come vengono trattate in India, dove il sistema castale costituisce già una grave violazione dei diritti umani? E in Arabia Saudita, dove continuano a dipendere da un tutore maschio anche per uscire di casa? Da notare che le donne sono discriminate anche nelle Chiese cristiane. Il “Primo piano” di questo numero di Combonifem, dedicato al Sinodo dei Vescovi conclusosi a Roma il 28 ottobre 2018, lo rivela con chiarezza.

Il volto violento delle religioni non è appannaggio delle teocrazie del passato: emerge anche oggi, a ogni latitudine. Una situazione complessa, da chiarire con pacatezza, oltre gli stereotipi e i pregiudizi indotti da pratiche aberranti o proclami politici.
Nel dossier iniziamo a esplorare il rapporto fra religione, armonia e violenza. Con spirito critico, donne e uomini di religioni diverse offrono la loro risposta a una domanda di attualità: le religioni sono violente? Chi detiene la “verità” per “rivelare” il mistero di Dio?
Coloro che cercano l’armonia sanno che la conoscenza reciproca diventa un invito al rispetto e prelude alla solidarietà, anche tra fedi diverse che balbettano il mistero della vita.

E questo, per noi, è il modo migliore di augurare: «PACE!».

Last modified on Mercoledì, 31 Ottobre 2018 08:24

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Il Centro di Comunicazione Combonifem è un stato costituito a Verona dalle Suore missionarie comboniane nel 2008.

Attraverso una rivista, un sito web e social media correlati promuove la dignità di ogni persona nel rispetto delle differenze di genere, di cultura e di religione, per far crescere società inclusive attente al bene comune.

Il nome stesso, “Comboni-fem”, esprime il valore della prospettiva femminile nella comunicazione ...

 

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