Risultati della ricerca di: E la luce

Questo saluto ebraico, che in italiano abbiamo tradotto semplicisticamente con “pace”, esprime molto di più. Augura che la vita si dipani ogni giorno in tutto il suo splendore, che dentro e fuori diffonda generosamente armonia e nutra relazioni accoglienti.

«Shalom!» è il saluto che ricorre sulle labbra di un uomo che è stato tradito, lasciato solo da coloro che chiamava “amici”; che è stato deriso, calunniato e condannato a morte per aver osato parlare di Dio come il papà che attende e abbraccia con tenerezza il figlio ribelle quando torna a casa, come il pastore che cerca con dedizione la pecora smarrita e come la casalinga che nella sua umile abitazione accende la lucerna e setaccia ostinatamente la terra battuta del pavimento per cercare la moneta che aveva perso. Non era di grande valore, ma quando la trova chiama amiche e vicine per far festa. Un Dio così non incute più paura.

Gesù di Nazaret, il rabbino ebreo che ha apprezzato le donne allo stesso modo degli uomini e ha prestato attenzione a ogni richiesta di aiuto senza distinguere tra lebbrosi, capi dei farisei, prostitute e militari romani, era libero dalla paura e da essa liberava coloro che incontrava, che fossero del suo popolo o di popoli stranieri e ostili. Flagellato e torturato, osa perdonare chi gli infligge la morte atroce riservata nell’Impero Romano a criminali, omicidi e attentatori politici: la crocifissione.

Chi libera dalla paura e vive senza violenza diventa una minaccia da crocifiggere, ma non rimane nella tomba, e a coloro che lo hanno tradito e abbandonato augura con insistenza: «Shalom!».

La brutale aggressione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, come ogni altra violenza distruttiva in tante altre parti del mondo, tenta di soffocare lo shalom: «In guerra si perde molto di più delle risorse naturali – nota Antonietta Potente –; si perde la vita. Si perdono i fiori, gli alberi; si perdono gli sguardi amichevoli, si perde bellezza e quel piacere che solo la quotidianità sa regalare. I profumi di un luogo, le risate, il piacere di imparare, il piacere di festeggiare, di pregare non per paura ma per grazia».
Il dramma della guerra affiora in queste pagine anche con lo spettro della fame, che incombe su popoli che importano cibo ed energia dalla Federazione Russa e dall’Ucraina; ma ciò che le pervade è anzitutto la “gratuità”, quella umana e, ancor più, quella smisurata della Terra, che si rigenera in modo sorprendente, anche dopo distruzioni letali durature.

Il 26 aprile 1986 un reattore della centrale nucleare di Chernobyl esplode: la contaminazione radioattiva è 500 volte più potente di quella che distrusse nella Seconda guerra mondiale la città giapponese di Hiroshima. Il bilancio è nefasto: 30.000 morti, mezzo milione di persone sfollate e cinque milioni a rischio di tumore, e migliaia di malformazioni neonatali a causa della radioattività che contamina acqua, flora e fauna. Le foreste diventano secche e rosse, ma dopo 35 anni, nella zona vietata attorno a quel reattore che ancora brucia i vegetali hanno ripreso vita. Le radiazioni alterano in modo letale il Dna degli animali ma non quello delle piante. Così è nata la terza riserva naturale più grande d’Europa.

Le potenzialità rigenerative delle piante sono una sorpresa da contemplare: lontano da luoghi inquinati, erbe, frutti e bacche selvatiche possono diventare cibo gratuito e prezioso quando guerre e carestie prospettano all’umanità lo spettro della fame.
Anche loro sono espressione del divino shalom!

Anche lei, per i canoni afghani, non è perfetta avendo una mano semiparalizzata, motivo per il quale quando le hanno proposto un uomo analfabeta di 24 anni più grande, come marito, ha dovuto accettare. Aveva 15 anni in un mondo in cui le donne, in Afghanistan, o sono figlie di qualcuno o sono mogli di qualcuno. Da sole non esistono, e con l’arrivo dei talebani che hanno conquistato il paese lo scorso agosto, quei piccoli progressi di emancipazione che avevano fatto, sono volati via come foglie al vento in una giornata d’autunno.

Ialda ci racconta di come aiuta la madre, di come accudisce i fratelli ora che lei sta invecchiando. Fratelli difficili, dai 15 ai 38 anni, che vanno lavati, spostati, persone che ti sorridono quando li saluti ma capaci di pugnalare la madre se non sta attenta alle posate, perché ormai sono grandi e forti e hanno bisogno di assistenza continua. Bisogna cambiare loro i pannoloni, dargli da mangiare, tenerli calmi. Fratelli che in ogni caso non le avrebbero permesso di avere un marito più giovane perché, secondo i genitori, avrebbe preso in giro i ragazzi e così lei è dovuta scendere a compromessi.

«Una donna in Afghanistan non è nulla, serve solo a fare figli e tenere a bada la casa. Ho studiato, pensavo che un giorno avrei lavorato, invece ora sono prigioniera nella mia casa». Prigioniera di un sistema tradizionale e conservatore, ma anche di un uomo non istruito con il quale non riesce a trovare nulla di cui parlare, che la odia perché è più intelligente di lui e neanche la saluta quando rientra la sera, dopo aver spinto la carriola tutto il giorno al mercato per guadagnare qualche centesimo.

«La mia vita non più senso. Non ho neanche voglia di leggere un libro o ascoltare musica, perché tutto mi riporta a quello che non avrò mai: la possibilità di fare ed essere quello che voglio, anche solo per un momento». Parla e piange come se le parole fossero fatte di lacrime. Almeno fino a quando arriva la madre e racconta del marito morto l’anno scorso per il Covid, del fatto che loro non possono lavorare e che, per fortuna, qualcuno le aiuta. E allora altre lacrime che scorrono sui volti di donne che conoscono tutta la sofferenza di quella famiglia e di quei figli, e quei fratelli che le guardano senza capire, emettendo qualche gemito di tanto intanto.

Tuttavia Harfa, che è sulla sessantina, e Ialda non sono completamente sole e abbandonate.
E non siamo qui da loro per caso. Una vecchia conoscenza e una stretta amicizia ci hanno portato su quella ripida salita ghiacciata che conduce a casa loro, una casa umile ma ben tenuta. Dove i cuscini hanno colori vivaci e il calore della stufa riscalda la tristezza della stanza, portandosene via un po’. Se fossero completamente sole, non sarebbero sopravvissute.

In Afghanistan è difficile quando stai bene, in questo caso vivi sempre sull’orlo del baratro che per ora hanno accantonato. Perché la famiglia di Harfa rientra in uno dei progetti di Nove Onlus, un’associazione italiana che ad agosto ha dovuto chiudere e cancellare tutto − come ogni ong del paese che non trattasse di sanità, soprattutto quelle coinvolte nell’emancipazione delle donne − per timore dell’arrivo dei talebani. In prima fila durante le evacuazioni di agosto, che hanno portato in Italia molti afghani in pericolo, ora, come altre organizzazioni, pian piano stanno riaprendo i progetti di emergenza in accordo con i requisiti necessari. A partire dall’aiutare famiglie in estremo bisogno come quella di Harfa, che riceve 140 euro al mese.

«Possiamo prendere da mangiare, abbiamo una stufa, un tetto, ma soprattutto i pannoloni per i ragazzi che a volte sono più importanti del cibo», mormora Harfa che continua a ringraziarci mentre le diciamo che non abbiamo fatto nulla se non raccontare la sua storia. «Non è vero − interviene per la prima volta Wahab, che lavora per Nove e ci ha accompagnato −, far conoscere queste storie è importante quanto aiutare queste persone. Siamo una squadra, voi ci aiutate a far sapere che c’è gente che ha bisogno di aiuto e come darglielo. Queste persone hanno bisogno di soldi è vero, ma anche di amore». Di sapere che per qualcun altro esistono.

Ialda si accarezza la pancia, ci siamo quasi, il termine è tra dieci giorni, ma ormai potrebbe accadere in qualsiasi momento. Sai già se è un maschio o una femmina? «Una femmina», risponde con la voce che le si incrina. Sappiamo tutti che sta pensando al futuro che avrà, a quell’enorme tunnel in cui le donne afghane camminano ogni giorno senza mai vedere la luce.

Ialda, sei una maestra, insegnerai ai tuoi figli a leggere e scrivere e loro magari avranno un futuro diverso. «Lo so che tutti hanno delle speranze, ma mi sento come se avessi perso tutto, non voglio che loro studino, perché chi è ignorante prova meno dolore. E non pensare che la mia vita sia peggiore di quella delle altre, migliaia di afghane sono come me. Tutto quello che ora posso sperare è di morire o che muoia mio marito».

Dall’altra parte della città, un’altra donna ci aspetta. Anche Marina fa parte di una delle sei famiglie assistite da Nove Onlus, quattro figlie, un figlio, tutti piccoli. Trentaquattro anni, vedova, riceve 165 euro al mese. La sua casa modesta è però piena delle voci dei bambini che giocano con dei palloncini. Se ne stanno intorno a un fornello per tenersi caldi alla fiamma viva, che ogni tanto la più piccola tenta di toccare premurosamente fermata dal fratellino di poco più grande.

Marina è stata una soldatessa e ora ha tanta paura che i talebani la scoprano, ha già cambiato tre case da agosto. Quando l’avevamo vista lo scorso giugno, quando si credeva che l’Afghanistan non sarebbe precipitato nel baratro così in fretta, Marina era un’intrepida autista che però non è riuscita a salire sull’aereo dell’evacuazione. «Da quando sono arrivati qua i talebani, sono inchiodata, con gli aiuti sopravviviamo ma non sappiamo cosa ci aspetta; volevo studiare, volevo che i miei figli studiassero, e invece è tutto cambiato. Ma sono loro la speranza, sono la speranza di tutte le madri afghane che in qualche modo, prima o poi, abbiano un futuro migliore del nostro».

Fonte

Professoressa Bonchio, da dove viene la sua passione per la ricerca?
Sono nata a Milano. Alle elementari, i primi anni più che seguire le lezioni preferivo giocare e chiacchierare con le amiche, ma la mia maestra ha avuto pazienza: non mi ha lasciata indietro. E la mia mamma non ha mai abbassato la guardia e mi ha sempre stimolato con attenzione: i miei pomeriggi erano pieni di lezioni di inglese e di danza classica. Questo mi ha insegnato a sopportare la fatica e anche gli insuccessi... Anche se mi piaceva tantissimo, non ero certo nata per essere una prima ballerina!

Com’è maturato l’interesse per la fotosintesi artificiale?
Tutto è cominciato a Padova; frequentavo il liceo linguistico Sacro Cuore, dove ho avuto professori validissimi in tutte le materie. Il mio incontro con la chimica è avvenuto attraverso la professoressa Vernier: è stata subito una grande passione. Così non ho avuto dubbi sulla scelta del corso universitario e mi sono iscritta a Chimica nel 1983, quando certamente non era ancora un classico indirizzo per “signorine”. Tuttavia ho avuto bravissime compagne di corso e sono entrata in internato di tesi in un laboratorio a Chimica Organica, dove ho incontrato eccellenti “maestre” che poi sono diventate amiche di una vita. Nello stesso laboratorio di Padova ho svolto il dottorato di ricerca in Chimica – sono stati anni molto divertenti. Lì ho iniziato a lavorare con sistemi artificiali, ovvero realizzati in laboratorio, che imitavano i processi vitali dei sistemi biologici, quali il ciclo acqua-ossigeno.

In che cosa consiste la fotosintesi artificiale?
Partiamo dalla fotosintesi naturale. La natura usa l’energia solare per rompere i legami chimici dell’acqua (H2O): in tal modo libera ossigeno e sostanze reattive che contengono H, gli idruri. Lo ione idruro (H) è il più semplice in natura e consiste di due elettroni e un protone. Gli idruri reagiscono con la CO2 e la trasformano in molecole organiche accumulate nella pianta.

Pertanto, la fotosintesi naturale accoppia il fotosistema di ossidazione (PsII), che scinde la molecola di acqua liberando ossigeno, e il fotosistema di riduzione (PsI) che produce idruri. Il processo di ossidazione è il più difficile dal punto di vista chimico perché richiede tanta energia; la molecola di H2O, infatti, è una delle più stabili sul nostro pianeta. Grazie al PsII la foglia riesce a ossidare la molecola di acqua utilizzando luce solare, ma il PsII è una “macchina” molto complessa e fragile, il cui “cuore” si autodemolisce nel giro di 30 minuti o qualche ora, e viene ricostruito completamente da un meccanismo di autoriparazione della foglia che assorbe moltissima energia. Questo è un “limite” della fotosintesi naturale.

L’acqua costituisce una risorsa rinnovabile e il nostro lavoro ha costruito un sistema totalmente artificiale che replica il meccanismo del PsII naturale in laboratorio ma con una differenza: il materiale fotosintetico è utilizzato in dispositivi fotoelettrocatalitici che accoppiano un sistema di riduzione per ottenere idrogeno verde, ovvero proveniente da fonti rinnovabili come acqua e luce solare.

Come reperite l’energia necessaria a scindere l’acqua?
Ci siamo ispirati alla composizione del fotosistema naturale che si è evoluto costruendo un sistema di antenne per raccogliere l’energia della radiazione solare e trasferirla al centro di reazione, dove la luce viene convertita in energia chimica per produrre “combustibili solari”. Il sistema di antenne è necessario per l’efficienza del sistema, ed è importante sapere come organizzare la struttura di queste antenne perché ci sia una sinergia di azione nel raccogliere e convertire l’energia solare.

Noi abbiamo trasferito questi concetti nel disegno di un sistema che si auto-assembla e porta alla co-localizzazione di “cromofori”, ovvero molecole che assorbono la luce e si organizzano intorno a un centro che scinde la molecola d’acqua. Questo sistema ha le caratteristiche di un quantasoma, ovvero di un unico organismo integrato che converte l’energia dei quanti di luce in combustibili solari derivati dall’acqua.

Dal 2010 avete combinato scoperte delle scienze naturali e delle scienze artificiali…
Sì, abbiamo utilizzato un semiconduttore organico, il perilene, già noto per le sue proprietà di fotoconduzione, ovvero di trasporto di elettroni indotto dalla luce, e lo abbiamo riorganizzato in una struttura diversa, creando una corolla di perileni attorno a un “centro catalitico” che opera la scissione dell’acqua. In questo modo il sistema riesce a somministrare al centro di reazione l’energia sufficiente per “rompere” i legami fortissimi della molecola di acqua e ricavarne elettroni e protoni che poi servono a generare idrogeno. Rispetto al sistema naturale, che usa clorofille, il sistema antenna costruito da perileni è molto più robusto e stabile.

L’8 novembre scorso è stata insignita del premio “Lombardia è ricerca”.
Tra le motivazioni c’è la sostenibilità ambientale e il miglioramento della qualità della vita attraverso nuovi modelli di sviluppo: in che modo la fotosintesi artificiale le promuove?
La fotosintesi artificiale è basata sull’uso di luce e acqua per produrre combustibili solari a impronta di carbonio zero, e metterne a punto la ricerca ci permette anche di indagare i meccanismi del sistema naturale per migliorarne l’efficienza. Stiamo sviluppando sistemi che, insieme al processo naturale, possono contribuire a una rapida sostituzione dei combustibili fossili per un futuro di energia sostenibile. Certo l’attenzione deve essere sempre alta nella ricerca di componenti e materiali che siano compatibili con il nostro ecosistema.

Quali sfide intravede?
Per applicazioni diffuse, la sfida che abbiamo davanti a noi è la quantità di idrogeno verde da produrre. La fotosintesi artificiale dovrà passare dal laboratorio alla produzione con dispositivi dimensionati all’utilizzo necessario.

Entro il 2030, la fotosintesi artificiale potrà contrastare l’emergenza climatica?
Se entro quella data il G20 di Roma ha deciso di piantare a livello mondiale 1.000 miliardi di alberi, penso che la fotosintesi artificiale possa agire nello stesso senso ed essere più veloce.
Il Pnrr è l’occasione dell’Italia per tornare a essere trainante nella ricerca universitaria su questo tema: un secolo fa Giacomo Ciamician aveva descritto questa visione nel suo lavoro pubblicato su Science, “The photochemistry of the Future”. Lui ha aperto la strada a una vera rivoluzione mondiale.

Lei insiste molto sull’approccio interdisciplinare…
Il lavoro che ha ricevuto il premio non sarebbe stato possibile senza la collaborazione con i più bravi fotochimici che abbiamo in Italia e che tutto il mondo ci invidia! Il progetto ha avuto un forte impulso quando abbiamo creato un consorzio di chimici organici, inorganici, fotochimici, elettrochimici e scienziati dei materiali grazie al finanziamento Firb (Fondo per gli investimenti della ricerca di base) nazionale. Credo che il Pnrr potrà essere una splendida occasione per ritornare a fare squadra su questi temi urgenti.

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L’anno scorso vi abbiamo raccontato in questo articolo origini, significato e scopo del Black History Month, il periodo che ogni anno promuove e onora il prezioso contributo della diaspora africana nella storia.

Il mese, celebrato ogni anno nel mese di febbraio negli Stati Uniti e Canada, è un’occasione per ricordare l’enorme impatto che afroamericani e comunità nere hanno avuto in quella che è la storia di tutti noi, provando a recuperare storie, fatti, racconti di vite che meritano di far parte della nostra memoria collettiva. Un tentativo che mira, tra l’altro, a non perpetuare l’annosa assenza della storia dei neri nei libri di storia.

Salute e benessere: il tema del Black History Month 2022
Come ogni anno, il Black History Month (BHM) si focalizzerà su una tematica precisa (qui trovate la lista di tutti i temi passati). Il tema di quest’anno, “Black Health and Wellness”, si concentrerà sull’importanza della salute e del benessere dei neri, e promuoverà da una parte l’eredità di studiosi e medici neri della medicina occidentale, dall’altra racconterà storie di operatori delle nascite, ostetriche, naturopati, erboristi, etc. in tutta la diaspora africana.

Inoltre, uno dei focus sarà raccontare quali iniziative e azioni la comunità nera ha promosso per favorire il benessere e la buona salute dei neri, attraverso le storie di autodeterminazione, mutuo soccorso e sostegno sociale per la costruzione di scuole mediche, infermieristiche, ospedali e cliniche comunitarie. Ad esempio, verrà fatto emergere il ruolo di organizzazioni come l’African Union Society, la National Association of Colored Women e il Black Panther Party, nel contrastare disparità sanitarie ed economiche nelle istituzioni americane.

Il tema di quest’anno si rivela inoltre di estrema importanza nel contesto della pandemia da Covid-19. Come riportato nella pagina dell’Association for the Study of African American Life and History sul BHM 2022, «i neri dovrebbero usare dati e altre modalità di condivisione delle informazioni per documentare, denunciare e agitare contro le disuguaglianze interconnesse e intenzionalmente intersecate nei sistemi e nelle strutture negli Stati Uniti per nessun’altra ragione se non per limitare, circoscrivere e distruggere il benessere nero in tutte le forme e le vite nere».

Inoltre, rispetto a come il sapere del passato può essere preso in considerazione per il nostro presente «le comunità nere devono guardare al passato per fornire la luce per il nostro futuro, abbracciando i rituali, le tradizioni e le modalità di guarigione dei nostri antenati. Questi modi di conoscere richiedono una decolonizzazione del pensiero e della pratica».

Disparità razziali e sanitarie: un pericoloso legame dalle radici profonde
Oltre ai pericoli rispetto alle disparità sanitarie per le comunità nere e altre minoranze, nell’attuale contesto pandemico, è importante ricordare che esiste nella storia un forte legame tra la questione razziale, la discriminazione dei neri, e le disparità sanitarie in tutte le loro forme.

Durante gli anni delle leggi Jim Crow, che dal 1877 al 1964 crearono e mantennero la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici, erano comuni nel Sud ospedali “Whites Only” (per soli bianchi), e le strutture mediche nere erano spesso prive di personale, sottofinanziate o inesistenti. Questa realtà profondamente discriminatoria diede anche credito al detto: “Quando i bianchi prendono il raffreddore, i neri prendono la polmonite”.

Qui trovate alcuni esempi nella storia che dimostrano come il razzismo ha avuto un grande impatto per la salute degli afroamericani.

Sono stati spesso i rimedi popolari, provenienti da eredità e radici africane, così come molte medicine a base di piante, a colmare il mancato accesso a cure e strutture sanitarie. Solo il Civil Rights Act del 1964 ha migliorato la situazione e permesso la disgregazione degli ospedali “Whites Only”, quando il governo degli Stati Uniti ha minacciato di trattenere i pagamenti delle istituzioni mediche aperte soltanto ai bianchi.

Tuttavia, e non soltanto per i neri, gli Stati Uniti rimangono tremendamente indietro rispetto a molti altri Paesi del mondo nell’accesso a cure e assistenza medica.

Gli eventi del Black History Month 2022
Ogni anno, nei Paesi coinvolti nel BHM, vengono organizzate tante iniziative volte a promuovere lo scopo del mese e della tematica annuale.

Oltre agli eventi fisici, sono numerosi gli incontri che sarà possibile seguire online, sia di carattere accademico che riguardanti svariate tematiche legate al BHM. In questi due link (Eventbrite BHM2022 Listings Online Events) legati sia al BHM in Stati Uniti e Canada che in Regno Unito (dove si celebrerà a ottobre 2022) troverete tutti gli eventi online programmati durante tutto l’anno.Dal 2016 in poi, il BHM si è celebrato anche in Italia, più precisamente a Firenze. Al momento non ci sono notizie rispetto ad eventi per il 2022, ma sarà possibile aggiornarsi a questo link.

Fonte

Energia è “capacità” di agire.
È forza trasformante in atto, “al lavoro”: è vita!

C’è l’energia che riscalda, quella che illumina, quella che muove…
Ci sono tante forme di energia che pervadono la nostra giornata, si combinano, si trasformano… e che tante volte diamo per scontate.
Basta premere un interruttore per accendere la luce o il computer; abbiamo il frigorifero che conserva i cibi e il forno che li scalda, la lavatrice che provvede al bucato e il telefono cellulare che ci tiene in contatto con il mondo.
Consumiamo tanta energia e spesso neppure ce ne rendiamo conto.

Vi è mai capitato di rimanere per giorni al buio o con il cellulare scarico? E se mancasse il carburante per i mezzi di trasporto? E che dire dei giorni freddi da vivere senza il tepore di un ambiente riscaldato?
L’energia scorre dalla casa alla strada e ci accompagna nei luoghi di lavoro e di svago.
Normalmente non ce ne accorgiamo, ma quando manca tutto si ferma.
Nel 2016 Legambiente ha realizzato il dossier Signori della guerra, signori del petrolio per far luce sulle troppe guerre che la “fame di energia” ha fatto scoppiare: una «Terza guerra mondiale a pezzi». Anche il deludente accordo raggiunto dalla Conferenza Onu sul clima (Cop 26) che si è svolta a Glasgow dal 1° al 14 novembre 2021 è figlio della “fame di energia”: servono ancora carbone, petrolio e gas naturale per far muovere il mondo. E intanto la Terra continua a soffrire per il clima che cambia, e noi con lei, mentre i gas serra, causa principale del riscaldamento globale, continuano a essere immessi in atmosfera: all’umanità serve energia, e tanta!
Il dossier è dedicato alle trasformazioni che stanno avvenendo in campo energetico per eliminare il più presto possibile i combustibili fossili. Le fonti rinnovabili e pulite oggi hanno un nuovo alleato: l’idrogeno verde, e per produrlo si potrebbe imparare proprio dalle piante, dalla loro “miracolosa” fotosintesi. Inoltre, il 15 dicembre 2021 è entrato in vigore il decreto legge che definisce le Comunità energetiche rinnovabili (Cer) e ne incentiva la realizzazione; altra buona notizia per garantire una “sicurezza energetica” che nutra il buon vicinato e non distrugga l’ambiente.

Ma non c’è soltanto l’energia fisica e chimica a sostenere il mondo.
C’è anche quell’energia misteriosa, spirituale, che rende bella la vita di ogni persona. Anzi, ne fa una meraviglia!

È l’energia che scaturisce dalle relazioni che alimentano la nostra esistenza prima ancora che venga alla luce. È quel seme che lo “spirito” dona e che fiorisce nelle scelte di vita e nella capacità di realizzarle. È l’energia che matura dentro ogni persona, come risposta alla propria “vocazione”, e la trovate anche nei racconti di queste pagine. Molte sono dedicate al 150° anniversario delle Suore missionarie comboniane: 150 anni di “miracolosa debolezza” vissuti grazie all’energia vitale che san Daniele Comboni ha passato alle prime missionarie, che è circolata tra loro e rifluita nei popoli che le hanno accolte; e che ha loro permesso di attraversare momenti di distruzione senza soccombere.

Il 2022 è iniziato tra le mille incertezze della pandemia: a noi attraversarlo con quel tocco di energia che, come recita un passo della Bibbia (Sap 7,24-27), «tutto rinnova» ed, entrando nelle persone, di generazione in generazione, le rende amiche di Dio e della Vita.

Questo è il nostro augurio per il 2022!

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CHI SIAMO

Il Centro di Comunicazione Combonifem è un stato costituito a Verona dalle Suore missionarie comboniane nel 2008.

Attraverso una rivista, un sito web e social media correlati promuove la dignità di ogni persona nel rispetto delle differenze di genere, di cultura e di religione, per far crescere società inclusive attente al bene comune.

Il nome stesso, “Comboni-fem”, esprime il valore della prospettiva femminile nella comunicazione ...

 

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