Venerdì, 31 Marzo 2017 16:00

Oltre il petrolio, una pace possibile

Da alcuni anni stiamo vivendo nel pieno di una vera rivoluzione energetica, innescata dal diverso interesse che ruota intorno al petrolio. Tutto sta cambiando, non perché l’oro nero si stia esaurendo, ma perché, con crescenti costi di produzione, non è più il dominatore assoluto dei rifornimenti energetici.
Così si aprono anche spiragli di pace, perché le guerre che sconvolgono tanti Paesi sono soprattutto per il controllo delle principali fonti di risorse fossili

Nel 2015 gli investimenti nelle energie rinnovabili sono quintuplicati rispetto al 2010, raggiungendo 329 miliardi di dollari. Secondo la International Energy Agency (Iea), l’Agenzia internazionale per l’ambiente, le rinnovabili saranno la prima fonte di elettricità nel 2040, perché il boom del petrolio è finito.

Dopo il declino del carbone e del nucleare, dovuto ad altissimi costi “indiretti”, per emissioni inquinanti e climalteranti il primo e costruzione degli impianti e gestione delle scorie il secondo, oggi anche il petrolio deve fare i conti con nuovi concorrenti: le energie rinnovabili e l’efficienza energetica.
Fino al 2020 la produzione di greggio aumenterà ancora del 5%, e di un ulteriore 5% fino al 2040, ma nei Paesi già sviluppati da oggi ad allora vi sarà una riduzione dei consumi pari al 25%, perché il fabbisogno energetico sarà sempre più coperto da altre fonti.

L’era del petrolio volge al termine, perché è finita l’era del greggio facile, dai bassi costi di produzione. È finita l’era del petrolio a buon mercato. Dal 2005 «la crescita di offerta viene garantita dallo sfruttamento di categorie di petrolio provenienti da giacimenti non convenzionali (come lo shale oil, estratto da sabbie bituminose), più costose sia in termini economici che in termini energetici», precisa Luca Pardi, presidente dell’Associazione per lo studio del picco del petrolio (Aspo). Oggi produrre petrolio costa di più, e i prezzi bassi sono un fattore destabilizzante: esplodono conflitti per il controllo di nuovi giacimenti, mentre, nell’immediato, gli investimenti si bloccano, in attesa che il prezzo dell’oro nero risalga e garantisca lauti profitti.

Sono in campo strategie molto ampie per acquisire il controllo delle risorse di petrolio e gas ancora esistenti. Al centro di tutte le tensioni è il Medio Oriente, che possiede il 47,7% delle riserve globali accertate di greggio, possedute in ordine decrescente da Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Siamo nel pieno di un “gomito” della storia, segnato da conflitti, distruzioni e migrazioni; sconvolgimenti, in cui gli interessi di chi difende il proprio potere, basato sul sistema petrolio, producono alleanze pericolose e scatenano guerre e violenze; quella che in modo così incisivo papa Francesco ha definito «terza guerra mondiale a pezzi».

Le guerre del petrolio

Direttamente o indirettamente, da ottant’anni a questa parte il petrolio è al centro di guerre e violenze; la maggior fonte di ricchezza del mondo ha provocato e continua a provocare, come nessun altro fattore prima, esodi biblici, fame, povertà e desertificazione. La storia del petrolio ci racconta bene le enormi responsabilità dell’Occidente, dopo l’apertura nel 1848 del primo pozzo petrolifero moderno vicino a Baku in Azerbaigian.
Nel 2003 scoppia la Seconda guerra del Golfo, e da allora le guerre del petrolio non si sono più interrotte, ben mascherate da motivazioni etniche o religiose.

In Siria
Quando scoppia la guerra civile, la Siria è attraversata da profonde tensioni provocate dalla feroce siccità, che dal 2006 al 2011 ha distrutto l’agricoltura, facendo impennare i prezzi dei generi alimentari e riducendo alla povertà vasti strati della popolazione.

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Last modified on Venerdì, 31 Marzo 2017 16:09

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