Mercoledì, 21 Giugno 2017 06:22

Sentirsi italiani, scoprirsi stranieri

Non sappiamo ancora come andrà a finire la riforma della legge sulla cittadinanza, in discussione in questi giorni al Senato, ma guardiamo e ascoltiamo i bambini che già si sentono italiani e che rappresentano la nuova generazione di concittadini.

Prendiamoci cinque minuti per guardare il video “Ehi, lo sai che (non) sei italiano?”.

Ecco i visi e le espressioni di Viola, Jibril, Ryan, Shantal, Jason che di straniero in effetti hanno solo il nome.

Ascoltiamo le loro parole, gli accenti e le inflessioni colorate e rese più vivaci da parlate locali. Sono bambini come altri mille, come quelli che ogni giorno imparano, giocano e vivono insieme nelle nostre scuole, nelle strade e nei quartieri delle città grandi e dei piccoli centri. Un mosaico di infanzie che è di casa da tempo, ma che una legge del 1992 trattiene nella terra incerta della non cittadinanza fino alla maggiore età.

Italiani in attesa, nati e cresciuti qui, ma considerati giuridicamente stranieri anche se di fatto sono i bambini di Milano, di Roma, di Torino, di Firenze… Amano il calcio e il basket, sono concordi e convinti nell’apprezzare Dybala, calciatore argentino della Juventus. Hanno l’acquolina in bocca pensando alla pizza, agli spaghetti, alla cotoletta con le patatine. Sognano, come tutti i bambini, di diventare calciatori o poliziotti, scienziati o chef, viaggiatrici curiose o agili giocatori di basket.

Quando viene loro posta la domanda “Di che nazionalità sei?”, i più piccoli appaiono perplessi (“Non capisco”; “Che cosa vuol dire?”) e concentrati per cercare soluzioni e azzardare la risposta “giusta”: “Sì, perché sono nato in Italia”. Viola, bambina cinese di Firenze, è la più decisa e immediata: “Mezzo e mezzo”; Ghizlan, che vive a Roma ma che è nata in Abruzzo, rivendica con orgoglio la sua appartenenza regionale: “Sono abruzzese!” dice trionfante.

I più grandi, forse già confrontatisi, per caso o per burocrazia, con la condizione della non cittadinanza, rispondono convinti -e autoconvincendosi- che loro sono come gli altri, che non sono diversi: “Per me, io sono cittadino italiano; non importa la cittadinanza”, afferma deciso Basim. “Basta che sono chi sono io veramente”, dice Numayer, saggio e straordinariamente consapevole.

Alla fine delle interviste, viene spiegato ai piccoli protagonisti che, per la legge italiana, loro non sono italiani. A questa “rivelazione”, vediamo espressioni stupite e pensose. E avvertiamo il disagio per una verità che pare crudele e non avere tanto senso. Ma ci pensa Richard, napoletano verace a sciogliere l’imbarazzo: “E vabbuò….”

Last modified on Sabato, 01 Luglio 2017 13:09

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