Lunedì, 30 Settembre 2019 20:25

Più che sorelle

Alda Agnese Zanchi, classe 1926, nel 1950 arriva via nave a Beirut (Libano) per raggiungere Amman (Giordania). Prosegue subito per Aleppo, in Siria, dove con altre quattro comboniane si prende cura di persone anziane e disabili in una piccola struttura dell’Ansmi. Nel 1959 subentrano le suore salesiane, e lei si trasferisce all’Ospedale Italiano di Amman, dove svolge il lavoro di infermiera fino al 1986. Vi ritorna nel 1992, dopo sei anni nella missione di Ader, nel sud della Giordania, e vi rimane fino al dicembre 2008, quando le missionarie comboniane passano le consegne alle suore domenicane.

Giuliana Gregori, classe 1932, arriva all’Ospedale italiano di Amman nel 1958 e vi rimane fino al 2001, quando si trasferisce all’Ospedale italiano di Karak. Torna ad Amman nel 2010 per lavorare alla Caritas, presso la quale migliaia di profughi iracheni sono accolti nell’attesa del visto per rifarsi una vita altrove.

Entrambe ricordano con profonda gratitudine la missione nell’Ospedale italiano di Amman. Alla fine degli anni Cinquanta vi lavoravano 26 comboniane, incaricate del servizio infermieristico e organizzativo. Fino al 1985 i medici erano italiani e il poco personale locale era esclusivamente maschile e addetto alle pulizie più grossolane: per le rifiniture intervenivano le suore stesse. Rispetto al 1939, la struttura era già stata ampliata a 100 posti letto: aveva una varietà di reparti e godeva di ottima reputazione in tutta la regione. Gli ammalati arrivavano anche da Damasco (Siria) e dall’Arabia Saudita, e re Hussein era un grande estimatore dell’ospedale, che prodigava cure senza discriminazione di censo e religione.

In quegli anni la Giordania era un Paese molto povero, con alti tassi di analfabetismo. La visita o il ricovero venivano spesso pagati con lenticchie o altri prodotti. La maternità lavorava tantissimo, ma molte donne venivano ricoverate anche per gravi ustioni: la loro protesta contro i matrimoni combinati e le violenze domestiche era darsi fuoco. Suor Alda le curava con dedizione di sorella.
«Le difficoltà non sono mai mancate, ma il periodo più difficile è stato il “settembre nero” del 1970, durante il tentato colpo di Stato dei rifugiati palestinesi – ricorda suor Alda –. Tutti gli ospedali erano chiusi: soltanto il nostro era operativo. Sul pavimento curavamo i feriti a centinaia, sia palestinesi che giordani. Sono stati momenti terribili».

Suor Giuliana ha le lacrime agli occhi quando ricorda un giovane musulmano. Era arrivato dall’Arabia Saudita in condizioni disperate, avvelenato dal morso di un serpente. Lo ha curato per settimane, senza posa. «Tu hai fatto per me più che una sorella!», le dice poco prima di morire.

Last modified on Lunedì, 30 Settembre 2019 20:35

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