Venerdì, 28 Febbraio 2020 08:44

Un passo avanti e due indietro

La pari dignità fra uomini e donne è alla radice di molte fedi, e civiltà antichissime, come quella cretese, ne hanno fatto esperienza. Eppure molte società continuano a emarginare le donne, relegandole a ruoli subordinati o a “oggetti di piacere” gestiti dagli uomini.
La storia dell’umanità annovera donne che si sono distinte anche nella vita pubblica, ma risultano presenze singolari in un oceano maschile.
Il cristianesimo aveva donne fra le discepole di Gesù e riconosceva anche il loro ruolo come responsabili di comunità. Nei Vangeli emergono figure femminili di grande rilievo: la centralità di Maria, madre di Gesù, e di Maria di Magdala rimangono indiscusse, eppure molte Chiese cristiane soffrono ancora una pesante tradizione patriarcale.

L’islam delle origini ha contrastato l’infanticidio delle bambine, ma oggi, nel mondo islamico, nonostante gli insegnamenti del Corano e i detti del profeta Muhammad, le donne devono ancora battersi per i loro diritti. Pratiche, credenze e consuetudini culturali prevalgono, e relegano la donna ai margini, quasi a ogni latitudine.
Nel Seicento, in Europa, la parità femminile comincia a essere rivendicata in modo meno episodico: nel 1601 Lucrezia Marinelli pubblica La nobiltà e l’eccellenza delle donne e nel 1622 Marie de Gournay scrive Égalité des hommes et des femmes. Entrambe confutano la teoria della natura inferiore della donna, attinta dai loro contemporanei alla filosofia aristotelica. A Venezia, Moderata Fonte aveva già scritto da qualche decennio Le Mérite des femmes, pubblicato nel 1600, e Arcangela Tarabotti (1604-1652), costretta dal padre a diventare monaca, denuncia la soggezione delle donne in una società concepita da uomini.

L’Illuminismo e la Rivoluzione francese promuovono l’educazione e la partecipazione politica delle donne, e nella seconda metà dell’Ottocento il femminismo assurge a movimento di emancipazione per la parità giuridica. Nel 1865 a Manchester, Inghilterra, nasce il primo comitato per il suffragio femminile. Nel 1869, nel libro On the subjection of women, il filosofo inglese John Stuart Mill arriva ad affermare che le condizioni di vita delle donne esprimono il grado di civiltà di un Paese e rivendica per loro parità di diritti civili e politici. L’inglese Emmeline Pankhurst fonda nel 1903 la Women’s social and political union, ovvero il movimento delle “suffragette”. Derise dalla borghesia conservatrice, considerate borghesi dai socialisti e pericolose dai cattolici, le “suffragette” riescono comunque nel loro intento: l’Australia riconosce il diritto al voto alle donne nel 1902, seguono, in Europa, Finlandia (1906) e Norvegia (1907). Dal 1915 al 1922 altri 17 Paesi aprono i seggi elettorali alle donne; l’Italia soltanto nel 1945.

L’accesso paritario all’istruzione risulta ancor più faticoso. Le università inglesi aprono alle donne verso la metà dell’Ottocento, ma le facoltà di medicina e di giurisprudenza rimangono chiuse ancora per decenni. In Italia la professione di giudice è accessibile alle donne solo dal 1963.
A livello mondiale, le istituzioni economiche, sociali e politiche cominciano a riconoscere le aspirazioni femminili alla fine degli anni Ottanta. La Conferenza di Pechino, indetta dall’Onu nel 1995, indica due strategie per promuovere la parità: produrre una profonda trasformazione nella cultura di governo, inserendo la prospettiva di genere all’interno di tutti i problemi rilevanti, come la qualità dello sviluppo e le grandi riforme sociali, e l’attribuzione di maggior potere alle donne rimuovendo gli ostacoli frapposti alla loro attiva partecipazione in tutti gli ambiti della vita pubblica e privata.
I meccanismi elettorali vengono riformati per includere più donne nelle cariche pubbliche. In Italia l’art. 51 della Costituzione viene modificato soltanto nel 2003 per garantire la partecipazione paritaria di uomini e donne alle cariche elettive, ma il riconoscimento del valore delle donne procede con lentezza, perché è la mentalità maschilista, promossa anche da molte di loro, che fa fatica a cambiare.

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