Sabato, 27 Febbraio 2021 14:31

EcoE: sinergie ecologiche e sociali

Nata nel 2016 in Kenya come iniziativa di volontariato per affiancare i contadini e le contadine, Eco Entrepreneurs (EcoE) è oggi una ong che rigenera l’ecosistema attraverso coltivazioni alimentari di soia e patate dolci, mentre contrasta l’erosione lungo le rive dei fiumi con piantagioni di bambù

Nel 2018 EcoE è diventata un’impresa intenta a valorizzare le coltivazioni locali: al presente raggiunge oltre 4.000 agricoltori, grazie alla collaborazione con Ugunja, iniziativa di formazione e azione avviata nel 1988 da un gruppo di donne contadine della contea di Siaya, cresciuta come organizzazione comunitaria nel 1997 e diventata ong nel 2004.

Colture in simbiosi
EcoE sta affiancando piccole aziende agricole nella coltivazione alternata di due piante che nutrono la popolazione e anche il suolo. La scelta della soia è dettata dalla sua capacità fertilizzante, oltre che dall’alta domanda interna. Il Kenya importa soia dalla Tanzania, dallo Zambia e anche dal Brasile, per questo coltivarla localmente nel rispetto dell’ambiente garantisce reddito; e lo scarto del raccolto diventa ottimo mangime. Le patate dolci a polpa arancione, invece, riducono l’erosione del suolo nei pendii, resistono alla siccità e non soffrono il cambiamento climatico.
Sono molto ricche di vitamina A, B6 e C, di sali minerali (magnesio, potassio, calcio, manganese e fosforo), flavonoidi, antociani e fibre. Il caratteristico colore arancione è dovuto alla presenza di carotenoidi con proprietà antiossidanti. Rispetto alle altre patate, hanno un indice glicemico minore e la buccia contiene una sostanza che ri-duce anche il colesterolo.
Le patate a polpa arancione, per il loro valore nutritivo, sono molto apprezzate come cibo per l’infanzia e lo scarto della lavorazione diventa un ottimo mangime per animali.

Oltre la sussistenza
Attenta ai pregiudizi culturali che limitano l’iniziativa di donne e giovani, EcoE non promuove un’agricoltura solo attenta alla rigenerazione del suolo, ben nota alla tradizione contadina, ma introduce anche analisi di mercato e modalità di coltivazione che sottraggono il lavoro agricolo al pregiudizio che lo considera antiquato e marginale, svolto da persone senza qualifiche e senza competenze. Per attrarre le giovani generazioni, EcoE adotta una commercializzazione che utilizza telefoni cellulari e applicazioni, anche per effettuare pagamenti a distanza. Per l’imprenditoria femminile delle zone rurali, EcoE promuove intenzionalmente ambiti che sono già tradizionale ap-pannaggio delle donne, questo per evitare che, in una cultura ancora molto patriarcale, gli uomini le contrastino. La patata dolce a polpa arancione, per esempio, viene utilizzata dalle donne per produrre una varietà di cibi che vengono da loro facilmente commercializzati, come i mandazi (simili a frittelle). Per dare valore aggiunto alla soia, EcoE ha recentemente acquistato un impianto per lavorarne i semi, conservandone i grassi insaturi e i principi nu-tritivi, e produrre “soia fullfat”. Le donne lo stanno utilizzando per aumentare la quantità e la qualità di polli, il cui allevamento è da sempre considerato attività di loro competenza.

Educare dall’infanzia
EcoE promuove congiuntamente uso sostenibile del suolo, reddito per giovani e donne impegnate nella coltivazione e nella filiera dei prodotti, e anche il ricorso a fonti di energia non inquinanti per cucinare. A tal fine è molto attenta alla componente educativa.
Il parco tematico per l’infanzia è la sua ultima iniziativa: scaturisce dalla necessità di mettere a contatto con la natura i bambini e le bambine che vivono in città. Ignari di come crescono piante e animali, possono scoprire quanto sia importante prendersi cura della natura, anche di farfalle, api e insetti, per vivere bene. A tal fine, un terreno è già disponibile a Nairobi; si spera in ampie collaborazioni per sviluppare il progetto.

La giovane che mobilita gli “anziani”
In Kenya, Ikal Angelei è considerata l’erede di Wangari Maathai: dal 2007 la sua attività a difesa delle comunità indigene che vivono nel bacino del Lago Turkana le ha procurato riconoscimenti a livello internazionale, e nel 2012 ha ricevuto il Goldman Environmental Prize. L’azione di Ikal è iniziata con la costruzione della grande diga Gilgel Gibe3 sul fiume Omo, immissario principale del Lago Turkana. La costruzione della diga idroelettrica da parte del governo dell’Etiopia è iniziata nel 2006, con l’assenso del governo del Kenya, interessato ad acquistare 1/3 dei 1.870 megawatt da essa generati, ma senza previa consultazione delle popolazioni che sarebbero state fortemente penalizzate dallo sbarramento del fiume Omo.

Ikal, nata a Kitale, ben conosceva i conflitti sull’accesso all’acqua che dilaniano quella vasta zona quasi desertica: nel 2007 ha creato l’associazione Amici del Lago Turkana (Friends of Turkana Lake) per difendere il labile ecosistema del bacino e i suoi tre parchi nazionali, inclusi dall’Unesco fra i patrimoni dell’umanità. Ha informato i capi e gli anziani delle comunità indigene, tradizionalmente antagoniste, sulle ripercussioni che la diga avrebbe avuto sulla loro esistenza, sulla flora e la fauna, inclusi gli uccelli migratori che vi sostano.

Nel 2009 le comunità, in rappresentanza di circa 300.000 abitanti, hanno affidato a Ikal il mandato di presentare al governo keniano le loro rimostranze. Ikal si è anche appellata all’Unesco e alle banche internazionali, Banca mondiale compresa; alcune hanno sospeso i finanziamenti e la costruzione ha subito ritardi, ma è stata comunque ultimata nel 2016. Con l’inaugurazione della diga, le misurazioni satellitari hanno evidenziato circa 2 metri di abbassamento del livello del Lago Turkana e si teme un progressivo aumento della sua salinità. Nel luglio 2020 i pescatori locali lamentavano una drastica riduzione del pesce persico: l’ecosistema sta già implodendo. Eppure l’intento di Ikal si è parzialmente realizzato: oggi le comunità del bacino Turkana sono molto più consapevoli della crisi ambientale e delle politiche che preservano o danneggiano il loro habitat, e intendono esigere compensazioni economiche.

Rete di giovani per la sostenibilità ambientale in Africa (Cynesa)

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