Lunedì, 27 Novembre 2017 13:17

Lavoro: part-time per tutti

Le culture occidentali devono affrontare tre situazioni critiche dovute a norme disfunzionali di lavoro e di cura: stress insostenibile per le famiglie, persistente disuguaglianza per le donne e chi svolge lavoro di cura, ignoranza da parte dei politici della cura che la vita richiede. È urgente che queste norme vengano radicalmente trasformate. La proposta dell’autrice opera in tal senso

Le norme relative al lavoro e alla cura possono cambiare, e sono già profondamente cambiate negli ultimi secoli. Per esempio, si è passati dalle 12 ore di lavoro giornaliero alle 8 attuali; tuttora si discute se le donne debbano rimanere a casa ad accudire i figli quando sono piccoli, ma alcune norme sono già cambiate in certi Paesi. In Svezia, per esempio, la pressione sociale è tale che nessun papà si sognerebbe di non prendere il permesso parentale in occasione della nascita di un bebè. Se ciò accadesse, diventerebbe oggetto di forte disapprovazione nel suo stesso ambiente di lavoro. Pertanto, il mio intento è cambiare ciò che genera approvazione o biasimo da parte di colleghi, amici, vicini, familiari, e della società in generale. Mi auguro però che le norme che propongo siano più frutto di incoraggiamento che di disapprovazione.

Oltre il lavoro, la cura. Per lavoro intendo un’occupazione retribuita, per cura intendo un lavoro non retribuito.
La mia proposta è che ogni persona adulta e matura dovrebbe lavorare non meno di 12 e non più di 30 ore la settimana, e svolgere ogni settimana dalle 12 alle 30 ore di lavoro di cura non retribuito. Così ci si incoraggerebbe a vicenda per resistere alla pressione di accollarsi più lavoro, e si apprezzerebbe di più la cura e anche il tempo libero.
In sintesi, le nuove norme lavorative favorirebbero un cambiamento collettivo nella gestione del tempo e contribuirebbero a risolvere i problemi che affliggono le società “occidentali”.

Chiamare per nome i problemi. Nei Paesi economicamente avanzati ci sono tre situazioni critiche.

• La presente struttura di lavoro e vita familiare genera enorme stress per le famiglie, costringendo chi lavora a fare una scelta inammissibile fra lavoro e famiglia. Lo stress, nel lungo termine, ha ripercussioni gravi anche sulla prole.
Mentre gli articoli che trattano di come bilanciare lavoro e famiglia vertono principalmente su genitori entrambi occupati a tempo pieno, ci sono molte persone che fanno fatica a trovare lavoro o non ne hanno abbastanza. La presente organizzazione del lavoro non permette di soddisfare le esigenze della vita familiare perché non garantisce né tempo né sicurezza per nutrire le relazioni.

• Il lavoro di cura è organizzato secondo una gerarchia di razza, classe sociale, appartenenza etnica e cittadinanza; e la categoria di genere è trasversale a tutte. Fintantoché il lavoro di cura è delegato a una parte della popolazione, questa e il lavoro che essa svolge avranno scarso riconoscimento. Le società saranno eque quando anche la cura sarà equamente distribuita.

Il cambiamento delle norme di genere e il miglioramento della situazione delle donne ha fatto progressi limitati, lasciando le donne più esposte a rischio di povertà perché penalizzate nella retribuzione, nella sicurezza economica, nel tempo libero e nell’accesso a posizioni lavorative di prestigio. Questa disparità è radicata, seppur non esclusivamente determinata, dalla non equa distribuzione delle responsabilità di cura. Donne che rientrano a casa dopo 8 ore di lavoro hanno altre 4-6 ore di lavoro di cura da svolgere, e non hanno tempo per sé stesse né per invocare la parità di genere. Ciò ha un impatto negativo sulla loro autonomia e anche sulla democrazia.

La “mancanza di tempo” che da decenni corrode la vita delle donne comincia ad affliggere anche gli uomini. In sintesi, il modo in cui il lavoro è organizzato crea estesi danni sociali e rende la popolazione troppo stressata per poter reagire.

• Coloro che elaborano le politiche nazionali generalmente non hanno esperienza delle esigenze di cura, delle modalità di soddisfarle e della loro importanza. Non conoscono una delle dimensioni fondanti della vita umana e ciò li rende incapaci di assolvere alle loro responsabilità. D’altro canto, coloro che hanno l’esperienza e la competenza richiesta, in prevalenza donne, hanno accesso molto limitato a responsabilità politiche. Per elaborare politiche adeguate è indispensabile la conoscenza diretta della cura. Serve farne esperienza personalmente: leggere libri o ascoltare l’esperienza altrui non basta. Neppure retribuire il lavoro delle donne che restano a casa, o assicurare permessi di maternità prolungati e ben retribuiti, o garantire un lavoro a tempo parziale, peraltro assunto quasi esclusivamente dalle donne, colma la discrepanza fra politiche e cura. Serve svincolare la cura dalle persone oggi ad essa preposte in modo esclusivo.

Nessuno dei tre problemi verrà risolto fintantoché ogni persona, donna e uomo, non parteciperà al lavoro part-time retribuito e al lavoro di cura non retribuito, e lo svolgerà in modo consistente.

Chiarire i termini. La parola cura richiede qualche ulteriore chiarimento, perché in ambito accademico ne esistono definizioni diverse, a seconda delle differenti finalità.

Per cura io intendo ciò che è destinato a particolari persone: può includere la famiglia o un piccolo gruppo, o anche coloro che vivono nello stesso quartiere. Si tratta di persone, come bambini, ammalati e anziani, che hanno bisogni materiali ed emotivi. Nella cura includo molteplici attività: pulire la casa, fare la spesa, cucinare, fare il bagno ai bebè e cambiar loro il pannolino; portare a scuola bambine e bambini, aiutarli a fare i compiti, fare il bucato. Ma anche spalare la neve, far visita a persone anziane e sole, o provvedere assistenza alle persone depresse.

Non intendo soltanto le attività interpersonali, faccia a faccia. Pulire la casa o spalare la neve non implica necessariamente di interagire in modo diretto con chi riceve la cura, crea comunque una relazione e la nutre. Ricevere cura fa sentire la persona amata e importante. Fa crescere il suo senso di avere valore. Chi dona la cura e chi la riceve avverte, reciprocamente, di essere apprezzato e di essere soddisfatto.

Continua...

Last modified on Lunedì, 27 Novembre 2017 20:08

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