Lunedì, 29 Gennaio 2018 08:27

Sguardi ravvicinati

Che cosa succede alle giovani come Judith, irretite dal circolo vizioso attivato dalla domanda di sesso a pagamento? Da decenni arrivano in Italia, alcune per restare in questo “mercato” altre per procedere verso l’industria del sesso di altri Paesi europei. Corpi vaganti ridotti a relitti, spesso afflitti da disagi psichici. Due donne, figlie d’Africa impegnate nel contrasto alla tratta in Italia, raccontano l’evoluzione del fenomeno dalla loro prospettiva

Trieste. Letonde Hermine Gbedo è originaria del Benin. Arriva in Italia negli anni Novanta; dopo il corso di italiano all’Università per stranieri di Perugia frequenta la scuola per interpreti e traduttori di Trieste. Dopo la laurea lavora alcuni anni come segretaria in uno studio legale; poi frequenta un corso per mediatrice culturale linguistica e dal 2003 lavora nel Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute onlus (Cdcp), attuatore del progetto antitratta di Trieste nell’ambito del progetto regionale “Fvg in rete contro la tratta”. Attualmente è responsabile del progetto Stella Polare.

Benché Cdcp onlus non accolga vittime di tratta minorenni, è testimone del fatto che l’età media delle vittime si è sensibilmente ridotta: oggi le richieste di accoglienza vengono da ragazze appena maggiorenni. Ciò significa che sono state reclutate in Nigeria ancora minorenni. In passato, prevalevano donne di età compresa tra 22-27 anni.

«Le giovani esprimono pretese che le donne accolte fino a 7-8 anni fa non avevano. Le problematiche nei Paesi di origine sono le stesse: miseria, difficile accesso alla scolarizzazione, condizioni di lavoro molto precarie e disuguaglianze di genere; eppure, rispetto al passato le ragazze sembrano meno consapevoli di ciò che le attende e tendono a impegnarsi meno una volta inserite nei programmi di accoglienza – spiega Hermine –. La maggior parte, purtroppo, è nelle grinfie dei trafficanti, che continuano a promettere loro una vita facile in Italia. La loro partecipazione al programma di protezione è debole: in genere sono molto orientate ai beni materiali e hanno la pretesa di ottenere tutto senza fatica. Forse non riescono neppure a capire perché sia importante imparare la lingua e integrarsi: una grande frustrazione per le operatrici. Ma sono figlie della globalizzazione, che le orienta allo stile di vita occidentale. A differenza dei loro coetanei italiani, però, devono assumere gli obiettivi del programma di reinserimento sociale, che possono sembrare rigidi. I 12-18 mesi di durata del programma sono troppo pochi se si considera che una giovane straniera deve ricostruire la propria vita dal punto di vista legale, formativo, lavorativo e anche creare una rete di supporto sociale, ma sono troppi per chi ha l’obbligo morale di sostenere la famiglia rimasta nel Paese di origine. Può sembrare che abbiano fretta di “far soldi”, ma in realtà subiscono pressioni drammatiche».

Hermine constata con rammarico che spesso alla base dello sfruttamento delle giovani ci sono proprio la famiglia o i congiunti: un fratello, una zia, un lontano parente, i fidanzati. La promessa di un lavoro ben retribuito è troppo allettante per essere rifiutata, soprattutto da chi a malapena riesce a sopravvivere. Talvolta sono anche dei sedicenti pastori di Chiese cristiane a reclutare le giovani o a fungere da intermediari.

«Vengono generalmente intercettate in luoghi di aggregazione come il mercato, la stazione delle corriere, e anche le scuole. Da poco abbiamo notato che non arrivano più solo dallo Stato di Edo, come solitamente in passato, ma anche da altre parti della Nigeria: dallo Stato di Anambra e anche da Lagos. Prevalgono le ragazze con una bassa scolarità, addirittura analfabete. Ci risulta che di recente vengano reclutate giovani con disagio psichico, ovvero ancora più vulnerabili. In ogni caso, il viaggio attraverso il deserto e la Libia provoca in molte ragazze traumi che alimentano disturbi psichici. Vi è un forte sospetto che durante il percorso alcune siano costrette a prostituirsi già all’età di 14-15 anni».

Continua...

Last modified on Lunedì, 29 Gennaio 2018 19:43

CHI SIAMO

Il Centro di Comunicazione Combonifem è un stato costituito a Verona dalle Suore missionarie comboniane nel 2008.

Attraverso una rivista, un sito web e social media correlati promuove la dignità di ogni persona nel rispetto delle differenze di genere, di cultura e di religione, per far crescere società inclusive attente al bene comune.

Il nome stesso, “Comboni-fem”, esprime il valore della prospettiva femminile nella comunicazione ...

 

Leggi Tutto

Instagram

FACEBOOK POST

YOU TUBE

All for Joomla All for Webmasters
Utilizziamo i cookies per facilitare una migliore esperienza sul nostro sito. Se continui la navigazione riteniamo confermato il tuo assenso. Clicca qui per sapere di più sulla policy.