Lunedì, 24 Settembre 2018 09:32

Chi si isola, non sta in piedi

9 luglio 2018: due ministri britannici del governo May che si occupavano dell’argomento Brexit si dimettono.

Questa notizia inattesa testimonia l’implosione della Gran Bretagna, ormai in difficoltà rispetto al risultato di un referendum contro l’Unione Europea. Questo fatto sia di monito per gli altri Stati europei che si fanno sedurre dalle proposte politiche euroscettiche. Fra questi, la mia maggiore attenzione va verso la nostra Italia, che dal 4 marzo scorso ha dato modo a forze politiche, xenofoba l’una e populista l’altra, di guidare l’azione di governo partendo da posizioni antieuropee.

Ricatti controproducenti
L’antieuropeismo, che è in un certo modo anche l’anti-migrazione, non è una scelta politica vincente per la nostra Italia. Il presidente della Repubblica l’aveva dovuto ribadire in sede di formazione del nuovo governo, incassando persino degli insulti. Poi, è stato il risultato del primo confronto del nostro governo con gli altri governi dei Paesi dell’Unione a render palese la debolezza delle proposte antieuropee.
In effetti, durante il vertice del Consiglio europeo di fine giugno, il primo ministro Conte ha dovuto prendere atto del fatto che bisogna andare in Europa con spirito collaborativo, e non con atteggiamenti di ricatto che poi risultano controproducenti.

Regolamenti da cambiare
Purtroppo, al centro dell’attuale controversia intergovernativa in Europa si trova la spinosa questione della migrazione, con particolare riferimento all’asilo. Su questo argomento vige tuttora il regolamento di Dublino, che, attraverso il concetto di Paese di approdo del richiedente asilo, lascia in capo all’Italia e altre nazioni dell’Europa meridionale l’obbligo di accogliere e trattare le richieste presentate sul proprio territorio.
Questa situazione ha comportato per l’Italia un peso significativo, perché fra i Paesi frontalieri dell’Europa si trova a essere più “a sud”, quindi punto di sbarco privilegiato di persone provenienti dall’Africa, alcune delle quali necessitano della protezione internazionale.

Un po’ di chiarezza sull’asilo
Che non dovesse essere l’Italia da sola a gestire le domande d’asilo, occupandosi anche delle necessità di vita delle persone interessate, ce ne eravamo accorti da tempo, iniziando un percorso inter-istituzionale all’interno delle istituzioni europee che avrebbe portato alla riforma del regolamento di Dublino. Nel novembre 2017 il Parlamento dell’Ue aveva adottato a larga maggioranza un mandato di negoziazione in tal senso, con la chiara intenzione di implicare tutti i Paesi europei nella gestione della questione asilo.

Cosa voleva affermare? Che le domande d’asilo raccolte sul territorio italiano potessero essere trattate anche da altri Paesi europei, seguendo un meccanismo di contingentamento dei richiedenti asilo. Avremmo così potuto attuare il ricollocamento. Alcuni fra i più importanti Paesi europei, quali la Francia e la Germania, si sono mostrati sensibili e disponibili ad attuare fino in fondo le strategie di ricollocamento, tant’è che il mandato negoziale ha ricevuto il voto favorevole dei loro eurodeputati. Nel 2017, autorevoli capi di Stato, come Angela Merkel della Germania e lo stesso François Hollande della Francia, avevano iniziato a riconoscere il fatto che l’Italia dovesse essere supportata dagli altri Paesi dell’Unione per gestire questo fenomeno. Era prevista anche la possibilità di sanzionare quelli che rifiutavano di partecipare allo sforzo comune.

Ma i componenti leghisti dell’attuale governo italiano, quando erano ancora all’opposizione, si astennero dal voto, mentre il M5S votò contro la riforma del regolamento di Dublino: contribuirono così al mantenimento dello status quo. Questo ha consentito loro di fare campagna elettorale contro i richiedenti asilo, puntando il dito contro chi da tempo si dava da fare per risolvere la questione.

Quali prospettive?
Occorre sottolineare il fatto che il racconto strumentale del tema dell’asilo, che viene confuso con il tema della migrazione in generale, ha portato l’attuale governo italiano a chiudere i porti, con annunci fatti in mondovisione da Matteo Salvini. Gesti suicidari.
«Salvini chiude i porti italiani? Allora chiudiamo anche noi i nostri porti e vediamo dove vuole arrivare». Questa è la sintesi delle dichiarazioni dei capi di Stato europei rivolte a Giuseppe Conte, che si è trovato a dover recitare la parte scomoda.
Cosa abbiamo ottenuto nel vertice di fine giugno? Niente di positivo, se non che si è quasi rinforzato il regolamento di Dublino, e l’Italia dovrà continuare ad occuparsi, da sola, dei richiedenti asilo che sbarcano sul nostro territorio.
Anzi, emulando l’impostazione anti-rifugiati di Salvini, anche Il governo tedesco si è adesso orientato a rimandare in Italia i richiedenti asilo passati per l’Italia che nel frattempo avevano varcato la frontiera.

Un piccolo insegnamento
Sull’argomento asilo si possono anche vincere le elezioni nazionali, facendo dichiarazioni xenofobe e aizzando l’odio all’interno del Paese. Ma quando si va al governo, si scopre che risolvere il problema dell’asilo è difficile: l’abitudine a strumentalizzarlo non paga più.

Continua...

Last modified on Lunedì, 24 Settembre 2018 09:48

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