Lunedì, 30 Luglio 2018 09:34

Nodi e snodi 
della missionarietà in Italia

In questi giorni sto leggendo il diario che padre Manna, missionario del Pime, scrisse durante un viaggio di 14 mesi. Un testo scritto nel 1929 e pubblicato soltanto nel 1952, con il titolo Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione.

In questo breve scritto, 86 pagine in tutto, Manna colse, tanti anni prima del Concilio, il nocciolo della questione missionaria, che non ha ancora trovato soluzioni definitive: il pericolo di annunciare una religione occidentale senza Cristo; il rischio di svolgere la missione anzitutto per noi stessi, per le nostre opere e i nostri progetti, legando troppo la missione e i popoli a cui siamo inviati ai nostri finanziamenti e aiuti; il desiderio di formare clero locale a nostra immagine e somiglianza, educandolo ad assimilare i nostri difetti più che le nostre qualità. Questioni che chiamano a una conversione capace di dare un nuovo volto alla missione, nodi che ancor oggi ci interpellano.

Quale “popolo della missione”?
Lo Spirito soffia verso una purificazione che rende i missionari e le missionarie più umili: già la riduzione di numero abbassa il sentirsi “protagonisti”. Negli anni Novanta, dall’Italia erano circa 28.000 i missionari e le missionarie sparsi nel mondo: preti fidei donum, religiosi e religiose dei molteplici istituti, laici e laiche. Oggi sono 8000, in prevalenza di età avanzata, con una media nelle congregazioni religiose che si attesta sui 68 anni. Prima dell’anno 2000 i preti fidei donum erano 950, oggi sono circa 400.

Consola il fatto che sempre più famiglie e singoli, oggi ben 330, decidono di dedicare mesi o anni alle Chiese giovani o bisognose.

Inoltre emerge una prospettiva decisamente innovativa: la missione sta cambiando direzione, dal Sud verso il Nord. Crescono a dismisura i sacerdoti stranieri in servizio nelle diocesi italiane: oggi sono 922 quelli impegnati nella pastorale ordinaria e 661 coloro che, pur svolgendo studi teologici, prestano servizio pastorale nelle parrocchie. E quante religiose provenienti dalle giovani Chiese stanno sostenendo le strutture e i servizi delle nostre congregazioni religiose femminili?

Il “popolo della missione” è chiamato a rivestire l’abito dell’umiltà e della piccolezza, per tornare a “suonare” nel mondo la missione di Dio. «La riduzione numerica – scrive suor Simona Brambilla, superiora generale delle Missionarie della Consolata – è una benedizione, una grazia. Assieme a una rinnovata e più profonda coscienza della nostra fragilità, essa ci sta aiutando a comprendere che la missione non è nostra, è di Dio. Egli ama passare attraverso fragili canne bucate, come noi siamo, per suonare la sua melodia, come fa un musicista con il flauto».

I missionari e le missionarie non vanno più a fare proselitismo ad gentes, a dare soltanto. Sono uomini e donne inter gentes, che testimoniano il regno di Dio in mezzo a culture e religioni diverse. Più che “fare missione”, “sono missione”.

Snodi per una nuova progettazione missionaria
La missione che Gesù ci affida invita ad andare, a uscire, a fare di precarietà e provvisorietà dei valori importanti. A leggere il mandato missionario (Lc 9) con il quale Gesù fa dei suoi discepoli dei camminatori che girano di villaggio in villaggio, c’è comunque da chiedersi se per caso la nostra Chiesa italiana non sia un po’ troppo “chiusa in casa”, e se l’educazione non costringa figli e figlie a stare eccessivamente “nei dintorni”. A una Chiesa sedentaria la provocazione dell’itineranza appare fastidiosa, ma giunge senz’altro opportuna: offre l’occasione per riappropriarsi di qualcosa di essenziale. Stare nell’incertezza, provocata da un mondo in veloce cambiamento; vivere nella complessità di un villaggio globale e alimentare, rinnovare e riformare il senso della missione.

Per questo, dopo vari incontri, i direttori dei Centri Missionari Italiani hanno delineato alcune piste per rinnovare lo spirito missionario della Chiesa italiana. A noi farne buon uso nelle parrocchie, nei gruppi, nelle istituzioni e organismi. Le ricordo sinteticamente:

1. Costruire una visione integrale della missione:
- 
che comprenda testimonianza, servizio, annuncio, celebrazione;
- 
che renda tutta la comunità soggetto di missione e faccia sì che tutta la pastorale sia “in-formata” (assuma la forma) di missione.

2. 
Inserire nella pastorale inter gentes lo stile di missione ad gentes:
- 
Uscire, partire e vivere la missione come “incarnazione” nelle complesse ed esaltanti vicende dell’oggi e del mondo, con la condivisione dell’amore di Dio e avendo la giustizia come compito di vita.

Continua...

Last modified on Lunedì, 30 Luglio 2018 09:41

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