Mercoledì, 29 Aprile 2020 15:10

Connessioni complesse

La relazione fra degrado ambientale ed epidemie devastanti merita attenzione, ma non è l’unico fattore che ha determinato il disastro sanitario, umano ed economico causato da Sars-CoV-2

Nel 2015 la comunità scientifica, convocata a Seattle da Bill Gates, aveva segnalato il rischio di una possibile pandemia prospettando lo scenario di un’emergenza sanitaria determinata da un virus simile a quello che dal 1918 al 1920 aveva causato la pandemia influenzale nota come “spagnola”.
Lo scenario è stato ripreso nel 2017 da esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e anche da esperti e analisti della Cia e del dipartimento di Stato americano. Tutti concordavano che sarebbe stata una questione di tempo. Un virus sconosciuto avrebbe potuto causare una nuova devastante pandemia. Già allora, una parte degli scienziati non aveva trascurato il nesso fra la minaccia di un nuovo virus e l’emergenza climatica.

Dito puntato sulla deforestazione
Oggi le stesse dinamiche del virus Sars-CoV-2, più noto come Covid-19, sono correlate a processi che concorrono al riscaldamento globale. Anzitutto la deforestazione, che distrugge gli ambienti dove vivono animali in libertà, che sono portatori di virus. L’abbattimento delle foreste li costringe ad approssimarsi agli agglomerati umani. Gli scienziati hanno evidenziato che i pipistrelli, fra i principali vettori dei virus, sono animali che hanno una notevole carica virale, con cui convivono senza problemi. Lo stress a cui sono sottoposti per le alterate condizioni di vita, una volta deprivati del loro habitat naturale, aumenta la loro potenza virale e concorre a rendere esplosiva la trasmissione del virus. Anche per le epidemie di Ebola e Mers è stata riscontrata una simile concatenazione nel salto del virus da una specie animale a un’altra, fino a noi umani.
Pertanto, la correlazione fra disastro ambientale ed emergenza sanitaria esiste ed è segnalata da tempo.
La conferma, oggi, viene dalle traiettorie percorse dal Covid-19: il virus risulta più letale in contesti ad alto inquinamento atmosferico, dove le patologie respiratorie sono più frequenti, come è il caso del distretto di Wuhan in Cina* e la Lombardia in Italia.

Il caso italiano
Anche prima che questo patogeno raggiungesse l’Italia, la Pianura Padana** registrava un’alta morbilità e mortalità da inquinamento atmosferico, al quale concorrono l’alta densità di popolazione anziana, la concentrazione di attività industriali e la scarsa circolazione d’aria dovuta a ragioni orografiche. La stratificazione di agenti inquinanti agevola la diffusione di patologie respiratorie e tumori, che causano oltre 60.000 decessi l’anno (dati dell’Agenzia Ue per l’Ambiente). Questa condizione patologica ambientale ha permesso al Covid-19 di agire con maggiore virulenza.

Ordinanze inadeguate
La tragica mortalità registrata a Bergamo e Brescia, decisamente superiore a quella dei focolai veneti ed emiliani della Pianura Padana, è da attribuire anche alla struttura sanitaria regionale lombarda, che negli ultimi decenni è stata altamente privatizzata e poi svuotata delle strutture sanitarie territoriali, sempre fondamentali in un’ottica di sanità pubblica. Nonostante le sue eccellenze, è risultata inadempiente e strutturalmente inadeguata a fronteggiare il contagio. I dirigenti regionali hanno lavorato con grande impegno ma non hanno operato scelte appropriate: le ritardate misure di protezione, dal 23 febbraio all’8 marzo per Bergamo e Brescia, hanno fatto strage nei due focolai. C’è stata approssimazione, e si è sentita forte la pressione delle logiche economiche sulle ragioni della salute.
Taranto, pur gravemente inquinata dall’Ilva e con una mortalità molto superiore alla media europea per forme tumorali diffuse, risulta assai meno affetta dal Covid-19, come del resto tutto il Sud. Sarà necessario studiare il fenomeno, e tuttavia possiamo supporre che abbia beneficiato delle misure di prevenzione e di distanziamento sociale introdotte tempestivamente e in modo rigido dalla Regione Puglia.

Ripensare la “salute”
Lavorare per la salute implica un’azione complessa che punta soprattutto a interventi sociali di prevenzione delle malattie e alla formulazione di politiche, non solo sanitarie – in campo agricolo, ambientale, energetico, per fare solo alcuni esempi –, volte a non incorrere nella malattia.
Interpretare la salute in termini di malattia anziché di promozione della salute ha gravi conseguenze.
La dieta, le condizioni ambientali e gli stili di vita dovrebbero ricevere maggior attenzione e investimento, anche per prevenire le pandemie.

L’Oms e la Cina
Il nuovo coronavirus era sconosciuto e tuttora non è conosciuto in modo adeguato in tutte le sue dinamiche. La scienza, come la politica, è un costante esercizio di apprendimento: per molti aspetti, ancora oggi si naviga a vista. Ma l’Oms ha un ruolo decisivo nel raccogliere e diffondere la conoscenza scientifica e orientare i governi, soprattutto nei Paesi privi di sistemi sanitari. Grave, dunque, è la scelta di Donald Trump di bloccare i fondi Usa all’Oms con la motivazione che l’istituzione sia succube della Cina.
In effetti la Cina inizialmente non ha fornito informazioni sull’epidemia, non comprendendone forse essa stessa la gravità: i casi di polmonite anomala segnalati già a fine novembre sono stati sottovalutati e Li Wenliang, il medico che aveva postato su Facebook l’allarme per le patologie anomale di Wuhan, è stato addirittura perseguito dalla polizia. Ci sono dunque responsabilità cinesi, del resto non nuove.
Da considerare, peraltro, che nessun Paese è incline ad ammettere di essere affetto da un’epidemia così virulenta, tanto più se esso costituisce il fulcro produttivo dell’economia globale e se coltiva l’ambizione di essere una potenza mondiale rampante.

I ritardi della diplomazia
La prima missione dell’Oms in Cina, a metà gennaio, è stata bloccata. Il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha scelto la via diplomatica anziché lo scontro con il “drago”. Gradualmente, ha costruito uno spazio di fiducia, di accesso e di condivisione dell’informazione, che però ha richiesto tempo.
La dichiarazione di pandemia è arrivata soltanto l’11 marzo 2019, forse anche per timore di incorrere nel rischio di un allarme ingiustificato, come avvenuto per l’influenza da H1N1 nel 2009, quando l’Oms raccomandò ai governi un massiccio acquisto di vaccini, che poi non furono mai utilizzati. Quando si ha a che fare con le crisi epidemiche si cammina sempre sul filo di una lama.
La scelta di procedere con la diplomazia può essere legata anche al fatto che la Cina esercita una forte influenza sull’Africa, inclusa l’Etiopia di cui Ghebreyesus è stato ministro della Salute dal 2005 al 2012 e ministro degli Esteri dal 2012 al 2016. Il ruolo della Cina nel mondo è crescente ed è determinante anche nell’elezione di qualunque direttore generale dell’Oms.
In ogni caso, per fronteggiare il Covid-19 la Cina ha un peso particolare: anzitutto come origine del focolaio pandemico e anche per la sua demografia imponente.

Quali prospettive?
Le responsabilità dell’Oms ci sono, come è inevitabile a fronte della crisi senza precedenti che si trova ad affrontare, ma non sono dolose. Non avrebbe senso che l’Organizzazione contravvenisse al suo stesso fine «di portare tutti i popoli al più alto grado possibile di salute».
L’Oms è di certo indebolita e sottopotenziata, ma questa è una responsabilità dei governi che non la sostengono a sufficienza. Nonostante le molte responsabilità, ha pochi poteri. Ma è innegabile il suo impegno per assicurare che i governi possano produrre ed esportare i dispositivi sanitari e per fornire indicazioni vitali a Paesi che, come quelli africani, hanno un sistema sanitario particolarmente fragile.
L’Oms fatica diplomaticamente nell’attuale contesto, perché deve confrontarsi con il fallimento del multilateralismo. Il trattato internazionale di normative sanitarie, approvato nel 2005 sotto l’egida dell’Oms in seguito all’epidemia Sars, vincola gli Stati a cooperare in caso di emergenze sanitarie, ma non è stato applicato per fronteggiare questa pandemia.

Il “virus” siamo noi
Davanti a noi si distende l’ospedale da campo di cui parla papa Francesco: la disumanizzazione dilagante chiede la narrazione della cura, piuttosto che la metafora della guerra.
Il virus è innocente. Il problema siamo noi: non ci siamo preparati alla diffusione del Covid-19, non collaboriamo per comprenderne le dinamiche e non solidarizziamo fra noi per fronteggiarlo. Prevale un sovranismo sanitario che addita le responsabilità altrui senza riconoscere le proprie.
L’Oms, di cui avremo ancor più bisogno in futuro, sopravvivrà al Covid-19?
L’unico esempio di vera collaborazione lo ha dato la comunità scientifica: la luce ci viene dalla sua generosa capacità di condividere.

* Il salto di specie in Cina è stato favorito da pratiche non igieniche di macellare gli animali che veicolano il virus Sars-CoV-2.
** L’Oms ha rilevato che, in Europa, la Pianura Padana è l’area produttiva a più alto inquinamento. Altre zone della Polonia e della Romania sono altamente inquinate per l’estrazione mineraria, soprattutto di carbone. Le zone industriali della Germania, un tempo le più inquinate, sono state bonificate.

Last modified on Mercoledì, 29 Aprile 2020 15:16

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