Mercoledì, 02 Dicembre 2020 17:01

Il progetto “verde” dell’Europa

Nel dicembre 2019, la Commissione europea, guidata da Ursula von der Leynen, ha presentato il Green Deal europeo per rilanciare l’economia europea, in affanno ormai da diversi anni, e per rispondere alle sfide che l’umanità si trova oggi a fronteggiare: surriscaldamento del pianeta, inquinamento, esaurimento delle materie prime, perdita della biodiversità, gestione del territorio.

Il Green Deal traccia nel lungo termine le linee di un processo di trasformazione dell’Ue «in una società giusta e prospera, dotata di un’economia [...] che nel 2050 non genererà emissioni nette di gas a effetto serra e in cui la crescita sarà dissociata dal consumo delle risorse», capace di «proteggere [...] il capitale naturale dell’Ue», di «proteggere la salute e il benessere dei cittadini dai rischi di natura ambientale» assicurando una «transizione [...] giusta e inclusiva, [...] con particolare attenzione alle industrie e ai lavoratori che dovranno affrontare i problemi maggiori». Conclude affermando che «è necessario un nuovo patto» che riunisca l’intera società euro-pea, «in stretta collaborazione con le istituzioni [...] dell’Ue» e che tutto ciò «non potrà essere concretizzato se l’Europa agirà da sola»: essa dovrà «esercitare la sua influenza [...] per mobilitare i Paesi vicini e i partner e indurli a percorrere insieme un percorso sostenibile».

Zero emissioni, zero rifiuti e una forte economia circolare
Il Green Deal delinea un nuovo e coerente modello di sviluppo, fissa obiettivi intermedi molto ambiziosi, i mezzi per realizzarli e un calendario per raggiungerlo.
Propone la riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra del 45-50% rispetto al 1990 entro il 2030 e il loro azzeramento nel 2050, incidendo su tutti gli aspetti della gestione dell’energia, e afferma la necessità di adottare una nuova e più ambiziosa strategia di adattamento ai cambiamenti climatici.
Ampliando il discorso allo sviluppo sostenibile, il Green Deal propone un’economia pulita e circolare che affronti l’esaurimento delle materie prime, il riciclaggio dei rifiuti e l’inquinamento adottando nel 2020 una strategia industriale che faccia leva sulle potenzialità della trasformazione digitale e fissi requisiti atti a prevenire l’immissione sul mercato dell’Ue di prodotti nocivi. Incoraggia le imprese a offrire prodotti riutilizzabili, durevoli e riparabili, con un “diritto alla riparazione” che contrasti l’obsolescenza programmata dei dispositivi, in particolare di quelli elettronici. Laddove non si possa evitare la produzione di rifiuti, se ne deve recuperare il valore economico, grazie a un mercato unico, solido e integrato, per le materie prime secondarie e i sottoprodotti.

Biodiversità e lavoro da proteggere
Circa la gestione del territorio, accanto al sostegno ad agricoltori e pescatori nel preservare la biodiversità, sono previsti lo stimolo alla realizzazione di un’economia circolare nel settore alimentare e misure legislative per la riduzione dell’uso di pesticidi chimici, fertilizzanti e antibiotici. Per preservare gli ecosistemi e la biodiversità, la Commissione presenterà una strategia basata, tra l’altro, «sull’estensione [...] delle aree ricche di biodiversità protette» e sulla «conservazione e il ripristino delle foreste in Europa».
Contro l’inquinamento, l’Ue dovrà riesaminare tutte le politiche e i regolamenti, e adottare nel 2021 un piano d’azione per l’inquinamento zero di aria, acqua e suolo, attento al deflusso urbano e agli inquinanti nuovi o particolarmente nocivi, come microplastiche e farmaci, e con norme potenziate per prevenire l’inquinamento da grandi impianti industriali.
Tutto ciò è destinato a incidere profondamente sul mondo del lavoro, perciò il Green Deal afferma la necessità che l’Ue si dedichi attivamente alla riqualificazione del capitale umano, «per aiutare la forza lavoro europea ad acquisire le competenze di cui ha bisogno per passare dai settori in declino a quelli in espansione e adattarsi ai nuovi processi».

Il punto debole...
La Commissione calcola che per conseguire tali obiettivi «serviranno investimenti supplementari dell’ordine di 260 miliardi di euro l’anno, circa l’1,5% del Pil 2018, il cui flusso dovrà essere mantenuto costante nel tempo». Per far fronte a tale impegno, propone di utilizzare finanziamenti specifici, sostenuti anche da nuove risorse proprie dell’Ue, e di indirizzare tutti gli attuali fondi europei verso gli obiettivi del Green Deal.

Fin dalla sua presentazione, il piano ha suscitato perplessità, sia sulla sua reale efficacia, sia sull’adeguatezza delle risorse previste. Ma il vero limite del Green Deal sta nel fatto che ciascuno dei provvedimenti che esso comporta e il suo finanziamento devono essere negoziati con gli Stati membri (che hanno interessi divergenti), con risultati spesso ben al di sotto delle ambizioni della Commissione. Per di più, l’attuazione delle decisioni spetta agli Stati membri, la cui buona volontà è quanto mai eterogenea. In altre parole, il principale ostacolo all’attuazione del Green Deal è rappresentato dalla struttura istituzionale dell’Ue.

La catastrofe della pandemia da coronavirus ha aggravato la situazione, spingendo l’economia europea in una recessione senza precedenti. Si pone ora il problema della sua ricostruzione per ridurre le pesantissime conseguenze sociali della recessione e per riuscire a mantenere la competitività economica dell’Europa nel mondo. Ritornare allo stato precedente la pandemia sarebbe un errore irrimediabile: la necessità di adottare un nuovo modello di sviluppo era già evidente da tempo. Questo compito è fuori della portata di ogni Stato membro dell’Ue preso singolarmente.

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Last modified on Mercoledì, 02 Dicembre 2020 17:08

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