Venerdì, 28 Febbraio 2020 08:53

Quella costola che non c’è

La discriminazione ha insegnato il disprezzo per le donne anche all’interno del cristianesimo. Come è stato possibile? Per comprendere questo paradosso è importante rivisitare quei racconti fondativi, narrati per secoli, che hanno plasmato in modo distorto l’immaginario collettivo

È importante per noi donne tornare alle fonti e leggerle con i nostri occhi, senza accontentarsi più di interpretazioni preconfezionate. Tuttavia, non sono solo le donne a dover essere liberate da racconti colpevolizzanti: sono anche gli uomini, ingabbiati in ruoli sociali che difficilmente tengono conto della singolarità di ogni individuo. La pressione sociale può inibire in loro relazioni libere e paritetiche, generando anche aggressività e violenza.

In principio...
Perché dare attenzione a narrazioni bibliche che la società contemporanea, molto secolarizzata, ha già messo da decenni nel dimenticatoio?
Perché anche nei racconti di oggi continuano a operare ingredienti simbolici distorti, generati da una lettura molto riduttiva dei miti fondatori. E il recente “ritorno del sacro”, che privato del suo carattere di ricerca e discussione è spesso giocato come risposta forte, quasi magica, alla paura, impone di rileggere con attenzione i miti “del principio”, che nella creazione fanno subito riferimento alla condizione di genere.
E allora ripartiamo da Eva, la prima donna: parlare di lei non significa solo ripercorrere un mito antico, raccontato nelle prime pagine delle Scritture; significa avvicinarsi a quello che molte donne percepiscono come fonte di discriminazione. Quel racconto ha prodotto nelle Chiese e nella società frutti avvelenati, suscitando reazioni differenti nel mondo femminile: per alcune, un tacito assoggettamento; per altre, il rigetto, a volte molto doloroso, di ogni discorso che abbia a che fare con la fede. Altre ancora hanno scelto di abitare quella tossicità religiosa, entrando di nuovo nei testi biblici e rileggendoli, per denunciare l’interpretazione maschile-patriarcale che li riduce a un atto di accusa per la donna, responsabile del fallimento del progetto di Dio.

Un doloroso paradosso
Come è potuto accadere che il cristianesimo, movimento radicale che all’interno dell’ebraismo aveva riconosciuto alle donne il pieno diritto di studiare la Torah, di essere discepole, apostole e profetesse, abbia in pochi decenni ristabilito, di fatto, l’ordine patriarcale cancellando l’iniziale protagonismo femminile? La Chiesa, fin dalle origini, sceglie come segno di appartenenza non più la circoncisione ma il battesimo, un segno dato sia agli uomini che alle donne. Un simbolo rivoluzionario, che rimanda alla piena parità di ogni creatura, a prescindere dalla propria identità sociale, culturale e di genere.
Com’è stato possibile, in poco più di una generazione, passare da una Chiesa che accoglie le donne per loro stesse, con il loro proprio nome, senza chiedersi di chi fossero figlie, mogli o madri, a una Chiesa che vieta alle donne di imparare e parlare, sottomettendole di nuovo ai loro mariti e padri?
Qualcosa di terribile è accaduto all’interno della Chiesa: il demone del patriarcato, scacciato da Gesù Cristo, è rientrato in modo strisciante.

Tutta colpa di Eva
Già l’autore del Nuovo Testamento che ha scritto la Lettera a Timoteo relega la salvezza delle donne alla loro funzione di mogli e madri, chiamando in causa la colpa di Eva.
Tanti, poi, sono gli insegnamenti dei così detti “padri della Chiesa” che si appelleranno ancora al mito di Eva per denigrare il genere femminile. Tertulliano, nel III secolo, scrive: «Voi donne siete la porta del demonio: con quanta facilità avete distrutto l’uomo, l’immagine di Dio, a causa della morte che avete attirato su di noi; persino il Figlio di Dio è dovuto morire».
Le Scritture spesso offrono una narrazione che non rimuove un problema, piuttosto lo esplicita affinché possa essere affrontato: lo stesso può essere per il capitolo 3 della Genesi. E allora torniamo a Eva.

Chi è Adam?
Tornare su questo racconto cercando di liberarlo dalle sovrastrutture delle interpretazioni ideologiche permette di coglierne il senso positivo, ma espone anche a una trappola. Il “positivo”, offuscato dalle cattive interpretazioni, emerge, ma in esso si insinua un rischio: pensare ancora in modo “magico”, come se trovare il senso giusto del racconto risolvesse il problema. La Scrittura presenta il mondo moltiplicando i racconti, perché narrazioni diverse rivelano la complessità: il bene non si può dire in un unico modo.
I miti provano a mettere in luce verità esistenziali non attraverso argomentazioni razionali ma per mezzo di racconti. Nel primo racconto della Genesi, l’essere umano (l’adam) è creato all’apice dell’atto creativo, il sesto giorno: l’uomo e la donna vengono generati contemporaneamente, a immagine di Dio.

Continua...

Last modified on Venerdì, 28 Febbraio 2020 09:04

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