Mercoledì, 29 Aprile 2020 15:17

Pandemia Covid-19: per te un abbraccio da chi ha vissuto la guerra

Vi scrivo da Yambio, Sud Sudan.
Sono originaria di Chiuduno (Bergamo) e dal 30 agosto 2019 lavoro in un centro che prepara studenti di ogni parte di questo Paese, reduce da una lunga guerra, a insegnare nella scuola primaria. Adesso anche qui, in uno degli angoli più remoti del mondo, si conosce Bergamo.

Prima che il college chiudesse, ogni mattina una studentessa o uno studente si alzava in piedi nell’assemblea per affidare alla protezione di Dio le sorelle e i fratelli di Bergamo e tutta la popolazione italiana provata dall’epidemia del coronavirus.

Una mattina avevo la prima ora (insegno matematica). Dopo l’appello, Meling alza la mano e chiede la parola. A nome della classe voleva esprimere a me, alla mia famiglia, ai miei amici bergamaschi e a tutti gli italiani la sua solidarietà: «Quello che succede a te e alla tua gente è come se succedesse a noi. La stessa pena che provi tu è la nostra, non possiamo rimanere indifferenti quando la nostra famiglia soffre, e voi siete la nostra famiglia perché “noi siamo uno”».

Una partecipazione semplice da parte di chi ha sofferto molto nei suoi venti anni di vita, perché in questo Paese le guerre civili si sono succedute pressoché ininterrottamente dal 1955 al 2016.
Poi alza la mano Daniel Deng, di etnia dinka: «Tu sei l’insegnante, ma è come se fossi tornata bambina, perché adesso tu hai bisogno di aiuto. Perciò mi permetto di parlarti così, come farebbe un padre con la figlia. Ti posso insegnare qualcosa, perché la guerra mi ha insegnato molto su come reagire al dolore, alla perdita, alla morte.

La prima cosa è non diventare insensibili al dolore altrui, perché il loro dolore è anche il mio. Secondo: non smettere mai di sperare, anche di fronte alle cose più terribili: non possiamo smettere di essere speranza per noi stessi e per gli altri. Terzo: non soffrire da sola pensando che questa cosa riguardi solo te. Ci riguarda tutti perché la sofferenza è parte della vita, è vita! Non possiamo far finta che non ci sia. Non ce ne dobbiamo vergognare, siamo esseri umani, siamo fatti così».

Altri e altre si alternano a prendere la parola. Sono studenti di etnie diverse.
Riak è un nuer di poche parole, secco come un’acciuga. Il suo volto passa da una serietà inquietante a un sorriso disarmante e contagioso. Lui, di etnia “nemica” di quella dinka, è stato torturato durante la guerra e ne porta i segni sul corpo e nella mente, ma è di un’intelligenza pungente e brillante. Ha parole di consolazione, di fiducia nella vita e in Dio. È la prima volta che prende la parola di fronte alla classe.

Adesso anche qui è arrivato il Covid-19 e loro sono a casa. Nel college siamo in pochi insegnanti e cerchiamo, con i mezzi disponibili, di fare lezione a distanza. Per me vuol dire mandare un sms giornaliero con un tema di matematica; per Allan, insegnante di inglese, correggere le pagine del diario che gli studenti scrivono settimanalmente. Guille, che insegna pedagogia e didattica, li chiama al telefono per monitorare il progetto comunitario sulla prevenzione del Covid-19 che hanno elaborato prima di partire.

Sembra incredibile, ma in tanti riescono a mandarci i loro compiti e chiamano me quasi ogni giorno! Piccoli gesti che esprimono vicinanza, affetto, fiducia, speranza: comunicare per sostenersi a vicenda.

Questa è la strada per rimanere consapevolmente sereni, pur nella tempesta.

Last modified on Mercoledì, 29 Aprile 2020 15:28

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