Giovedì, 05 Ottobre 2017 06:41

Donne di diaconia

Il fondatore dell’Esercito della Salvezza, William Booth, sposò Catherine Mumford, una donna colta e d’intelligenza viva. Si può dire che è stata lei la teologa di questo movimento, solitamente più conosciuto per l’impegno sociale che per il suo pensiero teologico e la sua vita di Chiesa

L’Esercito della Salvezza è nato dal metodismo come movimento di risveglio cristiano evangelico: nel 1865 William Booth lascia la Chiesa metodista per vivere in un quartiere povero di Londra. Convinti che «non si può predicare il Vangelo a chi ha lo stomaco vuoto», i salutisti iniziano un lavoro sociale di accoglienza a ragazze madri e a donne che volevano uscire dalla prostituzione, fenomeno che diveniva sempre più rilevante. Osano contrastare anche lo sfruttamento sessuale di ragazze giovanissime.

Gli inizi italiani
In Italia dal 1887, l’Esercito della Salvezza si diffuse soprattutto nelle valli valdesi con un intenso impegno sociale. Nel 1912 una salutista svizzera si stabilì a Faeto, in Puglia, dove aprì un asilo nido e insegnò l’inglese a chi voleva emigrare negli Stati Uniti. Nel 1948 un donna divenne capo dell’Esercito della Salvezza in Italia e diede subito un’impronta particolare nel campo della diaconia.
Sotto la sua guida, a Napoli cominciò l’assistenza agli scugnizzi e a Torino le cosiddette “pattuglie di mezzanotte”, costituite da donne, che percorrevano le strade della città e invitavano le prostitute a seguirle, per offrire loro una bevanda calda e un tempo di pausa e di conversazione nella sala di culto.

Oltre il bisogno
Nel 2017, oltre ai 500 anni della Riforma di Lutero, l’Esercito della Salvezza in Italia celebra i suoi 130 anni di vita.
Dagli inizi ha sperimentato molti cambiamenti e ha dovuto riscoprire la propria identità. In passato la diaconia consisteva soprattutto nel visitare le persone ammalate, quelle nelle case di riposo e in carcere, o nel distribuire cibo e vestiario a chi era indigente. Oggi la diaconia motiva le persone povere a riconoscere che hanno delle risorse proprie da valorizzare: non è il bisogno che le definisce. Questo apre la strada a un rapporto di rispetto e di sostegno reciproco.

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