Martedì, 18 Febbraio 2020 11:46

La maschilizzazione della donna non è emancipazione.

"Il lavoro a maglia mi ha salvata. Tutti i miei studi nel momento del bisogno non mi sono serviti a nulla". A parlare a TPI è Loretta Napoleoni, consulente di governi ed economista internazionale. Una donna di successo che racconta a testa alta la sua passione segreta per il lavoro a maglia, un'arte femminile e delicata che le ha salvato la vita

“Tutti i miei studi economici e politici nel momento del bisogno non mi sono serviti assolutamente a nulla. L’unica cosa che è stata in grado di salvarmi è stato il lavoro a maglia. Sferruzzare di diritto e di rovescio mi ha offerto una strada per uscire dall’abisso in cui ero precipitata, aiutandomi a tirarmene fuori”. A parlare a TPI è Loretta Napoleoni, consulente di governi, economista ed esperta di terrorismo internazionale.

Una donna di successo, affermata e potente che racconta a testa alta la sua passione segreta per il lavoro a maglia, un’arte femminile e delicata che le ha salvato la vita e a cui ha dedicato il suo ultimo libro “Sul filo di lana. Come riconnetterci gli uni con gli altri”.

Un’abilità, quella del lavoro a maglia e all’uncinetto, che sta tornando in voga. “La rinascita dei lavori manuali a livello mondiale, e in particolare del lavoro a maglia, conferma che ci stiamo rendendo conto che la maschilizzazione della donna non è assolutamente un’emancipazione. Al contrario, è un’altra forma di schiavitù“.

A metà degli anni Sessanta, infatti, alcune donne giudicavano il lavoro a maglia un’attività che le aveva da sempre relegate in casa, un lavoro invisibile e non retribuito, e lo consideravano come il simbolo dell’oppressione femminile. Altre invece consideravano ferri e uncinetto uno strumento di lotta per l’indipendenza.

Ma vedere il lavoro a maglia puramente come un’arte femminile oppressiva era uno stereotipo che non reggeva. “Anzi, la capacità di realizzare un maglione per il proprio partner o un poncho per sé è un segno di abilità personale, un’espressione di creatività, insomma un atto di libero arbitrio“, scrive Loretta Napoleoni nel libro “Sul Filo di Lana”.

L’economista racconta la storia del lavoro a maglia con le sue tricoteuses che sferruzzavano sedute davanti alla ghigliottina. Alla Grande Guerra quando gli indumenti di lana fatti a mano dalle donne a casa hanno contribuito a tener caldi i soldati in trincea. Alle spie-magliaie della Seconda guerra mondiale che nascondevano i messaggi segreti dentro le trame dei tessuti come un codice che non poteva essere intercettato. Fino al women empowerment e alle forme di protesta unendo le comunità.

Loretta Napoleoni ha riscoperto il lavoro a maglia a seguito delle vicissitudini personali che l’anno toccata e nel libro racconta di come il lavoro a maglia sia stata la sua salvezza.

“Le brave magliaie hanno il coraggio di disfare per rimediare un grave errore, sanno che è possibile sistemare tutto se si hanno i ferri e il filato in mano, e nel cuore il coraggio di tornare indietro e ricominciare. Chi lavora bene a maglia è saggio”, scrive nel suo libro.

Perché un libro sul lavoro a maglia?

“Non è proprio un libro sul lavoro a maglia. È un libro che usa il lavoro a maglia come una metafora della vita. Per cui si parla anche di politica, di economia, del ruolo delle donne e poi c’è la mia storia personale. Alla fine, nel momento del bisogno vero come quello di una situazione tragica ho capito che tutte le mie conoscenze economiche e politiche non mi sono servite assolutamente a nulla. La cosa che mi ha calmata e che mi ha dato la lucidità mentale per poter affrontare questi grossi problemi è stato il lavoro a maglia. È una cosa che ho voluto raccontare. Sapevo che il lavoro a maglia facesse bene ma non l’avevo mai sperimentato sulla mia pelle”.

Lei è una donna di successo e affermata con un ruolo importante ma è anche una donna con un lato sensibile. Le chiedo: come si fa a essere donne emancipate e al tempo stesso donne che apprezzano e che amano un lavoro manuale come quello della maglia? È un tema che affronta anche nel capitolo titolato “L’amore e odio del femminismo per i filati”. Come si può essere entrambe le cose oggi?

“Io credo che si possa essere entrambe le cose sempre. Sicuramente oggi le donne sono molto più emancipate. Quella divisione dei ruoli che abbiamo vissuto fino alla Seconda Guerra Mondiale, e anche nel Secondo Dopoguerra, era una divisione dei ruoli che non rispecchiava minimamente le capacità. Anche gli uomini possono lavorare a maglia, possono fare modellismo. Il lavoro manuale e il lavoro intellettuale non sono due fenomeni che si escludono a vicenda. Al contrario, sono due tipi di creatività che si manifestano in modo diverso. Per quanto riguarda il ruolo della donna penso che l’idea che l’emancipazione della donna passi attraverso la maschilizzazione, e che quindi le donne debbano diventare esattamente come gli uomini, sia sbagliata. Se io dicessi per esempio accomodo tutto l’impianto elettrico a casa perché è una cosa che mi piace fare ci si meraviglierebbe. Al contrario risulterebbe normale se dicessi faccio i golf a maglia per tutta quanta la famiglia. Secondo me questo è proprio un errore. Ma che è anche un errore prevedibile. Nelle lotte per l’emancipazione si tende spesso a posizionarsi dall’altra parte. Si sbaglia il tiro. Poi per fortuna tutto rientra. E infatti sono molto fiduciosa per questa rinascita dei lavori manuali, e in particolare del lavoro a maglia a livello mondiale. Questa tendenza conferma che ci stiamo rendendo conto che la maschilizzazione della donna non è assolutamente un’emancipazione. Al contrario, è un’altra forma di schiavitù”.

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Last modified on Martedì, 18 Febbraio 2020 11:54

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