Parità in accademia, cambiare è possibile Pang Yuhao | Unsplash
Martedì, 23 Febbraio 2021 17:05

Parità in accademia, cambiare è possibile

Gli squilibri di genere nell'accademia italiana con la pandemia sono diventati un problema di tutti, coinvolgendo sempre più le istituzioni e il loro ruolo nel contrasto alle disuguaglianze. Dal Consiglio universitario nazionale una relazione diffonde dati e proposte per cambiare le cose

Durante la pandemia le disparità di genere in accademia sono emerse in maniera prepotente. Prima se ne è iniziato a parlare come un’ipotesi, legata in particolare alle difficoltà per le donne nel conciliare lavoro di cura e lavoro di ricerca. Poi, lavori sia quantitativi che qualitativi hanno mostrato come le donne con figli, specialmente piccoli, durante il primo lockdown hanno dedicato meno tempo alla ricerca, si sono maggiormente concentrate sulla didattica, con gli squilibri di carriera che questo comporta a lungo termine. Più di recente, sono stati pubblicati anche risultati sull’effetto che la pandemia ha avuto sulle pubblicazioni e sullo svantaggio che, ancora una volta, ha riguardato le donne.

Squilibri, amplificati dalla pandemia, che sono in realtà sempre esistiti.

La questione, però, ora, ha attratto talmente l’attenzione da generare nel Consiglio universitario nazionale (Cun), organo consultivo e propositivo del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, la necessità di proporre una relazione, che non stupisce tanto per i risultati delle analisi, quanto per le proposte delineate.

Le analisi del Cun mostrano che gli squilibri di genere in accademia sono stati presenti e costanti, seppure in lieve calo, tra il 2008 e il 2018.

In accademia ci sono differenze sia orizzontali, secondo cui donne e uomini sono prevalentemente concentrati solo in alcuni settori, sia verticali, con le donne maggiormente presenti nei ruoli alla base della piramide accademica e in netta minoranza nelle posizioni apicali. In aggiunta, viene mostrato che se le donne sono maggiormente presenti nei ruoli precari, la presenza maschile invece diventa più massiccia in quelli stabilizzati. Oltre al constatare queste differenze, la relazione presenta una serie di proposte e pratiche specifiche per risolvere le differenze di genere in accademia.

Il punto di partenza è che l’università, prima di altri settori e grazie al suo ruolo di presidio culturale, debba promuovere delle politiche innovative che possano fungere da esempio per tutta la società, che ne gioverebbe non solo dal punto di vista culturale, ma anche da quello sociale ed economico. La lista delle proposte è lunga e abbastanza esaustiva nei temi, seppur manchino riferimenti all’identità di genere e alla violenza in accademia.

Si parte da una pratica volta a ridurre la segregazione orizzontale attraverso attività finanziate di orientamento che vadano verso la parità di genere in tutti i settori. Questa attività è presente, ad esempio, nel programma della nuova Rettrice di Sapienza Università di Roma, Antonella Polimeni, che propone attività di orientamento per scardinare gli stereotipi di genere e ha di recente istituito un Comitato tecnico-scientifico su diversità e inclusione.

Per affrontare la questione della maggiore precarietà femminile, la proposta consiste nel velocizzare l’entrata nelle posizioni contrattuali stabili, anche se nella relazione non si chiarisce come questa potrebbe verificarsi o come una transizione più veloce potrebbe creare maggiore parità.

Molto più dirette sono invece le proposte che agiscono sui criteri di valutazione e che andrebbero a operare sia sulla precarietà sia sulla segregazione verticale. Si parla ad esempio, della necessità di considerare la partecipazione diversa di uomini e donne al lavoro di cura nelle procedure concorsuali o di passaggio di livello. Un esempio concreto potrebbe venire dalla valutazione del periodo di congedo come periodo da “scontare” nella valutazione della produttività, come già fatto in alcuni dipartimenti, ad esempio all’Università di Firenze, per la distribuzione dei fondi di ricerca, o come proposto durante la pandemia per i mesi del lockdown.

Si propone, inoltre, di incentivare i congedi di paternità e creare orari lavorativi adatti alla conciliazione per gli uomini. Sempre nella stessa direzione, va un punto citato dalla relazione in riferimento all’assicurare il reinserimento lavorativo dopo la maternità. Oltre ad assicurare che avvenga, è importante definire come tale rientro possa avvenire in maniera opportuna. In alcune università estere è pratica diffusa attribuire fondi di ricerca straordinari al rientro dalla maternità o concedere pause dalla didattica nei mesi successivi al rientro.

Più specificamente nell’ottica di ridurre la segregazione verticale, vanno le proposte riguardanti l’assicurare la presenza paritaria di uomini e donne anche nei ruoli di rappresentanza o comunque apicali, ad esempio nei gruppi e ruoli proponenti di ricerca o nei luoghi decisionali e di rappresentanza. Si propone quindi di introdurre una premialità agli atenei che pratichino questa pratica, rievocando, forse il modello Athena SWAN.

Oltre a proporre politiche volte al superamento delle segregazioni e della precarietà, la relazione si focalizza su alcune proposte più generiche sulla parità.

Anche l’accademia, ad esempio, fa sua un’istanza venuta dall’esterno: la necessità della parità di genere tra relatori e relatrici negli eventi, che siano seminari o convegni o conferenze. Questa istanza ha lo scopo di aumentare la parità non solo internamente al sistema ma anche di portare all’esterno le competenze e la conoscenza delle donne. Altro punto riguarda la proposta di redigere il bilancio di genere, già di fatto obbligatorio: la sua implementazione è stata recentemente spinta dalla Crui, la Conferenza dei rettori universitari italiani, che ha offerto agli atenei delle linee guida per il bilancio di genere.

Infine, altro punto rilevante, la relazione si focalizza sull’importanza del linguaggio inclusivo, che va esteso a tutti gli organi universitari creando gruppi di monitoraggio e sensibilizzazione sul tema e di revisione dei documenti. Anche in questo senso alcuni atenei si sono già mossi: la Sapienza di Roma, ad esempio, ha inserito un capitolo sull'uso corretto dei generi grammaticali all'interno di un manuale di scrittura rivolto a tutto il personale, l’Università di Trento ha un programma e un gruppo di lavoro sul linguaggio rispettoso delle differenze, l’Università de L’Aquila ha di recente proposto delle linee guida per un uso della lingua italiana rispettoso dei generi.

Concludendo, questa relazione da una parte ribadisce la presenza di notevoli differenze di genere, dall’altra affronta molti temi cruciali su cui, fortunatamente, ma non ancora abbastanza, di recente si è fermata l’attenzione delle istituzioni accademiche. Alcuni esempi legati a queste proposte sono già portati avanti dai singoli atenei: una strategia coesa e universale sarebbe un grande passo avanti per l’accademia italiana.

Fonte

Last modified on Martedì, 23 Febbraio 2021 17:17

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