Martedì, 30 Giugno 2020 16:39

L’Europa cambia passo

Settant’anni fa, il 9 maggio 1950, Robert Schuman, ministro degli Esteri francese, in una celebre Dichiarazione proponeva la creazione di una Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio che – secondo le parole di Schuman – «mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità, le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia, la Germania e i Paesi che vi aderiranno, costituirà il primo nucleo concreto di una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace». La prima forma di integrazione tra Stati europei, che daranno poi vita alla Comunità Economica Europea, nasce con una forte spinta politica verso la creazione di una federazione che garantisca la pace.

L’idea di dar vita all'Europa origina dall’intuizione di Jean Monnet che occorresse creare una struttura istituzionale in grado di far emergere un interesse comune degli europei al di sopra degli interessi nazionali, sottoponendo la produzione di carbone e acciaio, base dell’industria bellica, al controllo di un’autorità indipendente dagli Stati membri.

Crisi di ieri e di oggi
Lo slancio politico che ha caratterizzato questa prima tappa del processo di integrazione è sembrato tuttavia affievolirsi negli anni, fino a giungere a un’Unione Europea priva della forza di progredire verso un’unione federale e dilaniata da contrasti sempre più netti tra Stati membri. Il ritardo con il quale l’Unione e gli Stati hanno reagito alla crisi greca del 2010 e alla crisi economico-finanziaria che ne è conseguita, l’incapacità di risolvere la questione migratoria a causa dei contrasti fra Stati membri, l’impossibilità di trovare, fino a pochi mesi or sono, un accordo sul Quadro Finanziario Pluriennale, e dunque sulle entrate e sulle spese dell’Unione nei successivi sette anni, sono tutte manifestazioni della grave crisi nella quale il processo di integrazione si è avvitato, crisi che ha minato alle fondamenta la fiducia dei cittadini nelle istituzioni sovranazionali.

In questo contesto si è inserita la crisi sanitaria causata dall’epidemia di coronavirus e le sue conseguenze economiche. Si tratta di una crisi di dimensioni economiche impressionanti che, se da un lato rischia di mettere in pericolo la stessa esistenza dell’Unione Europea, dall’altro sembra aver risvegliato in alcuni Stati e nelle istituzioni europee lo spirito dei Padri Fondatori e aver riaperto la prospettiva di un’unione politica dell’Europa.

Miopia sovranista
Negli ultimi mesi le profonde contraddizioni del processo di integrazione europea sono emerse con forza ed è divenuto evidente che l’Unione è bloccata da una logica perversa: da un lato, dopo settant’anni di integrazione, gli Stati membri, gelosi della propria sovranità, non le hanno ancora attribuito gli strumenti che le garantiscano, attraverso la possibilità di procurarsi autonomamente le risorse necessarie, di poter esercitare in modo indipendente dagli Stati le proprie competenze; dall’altro, consapevoli della propria impotenza di fronte a problemi di dimensione continentale o mondiale, gli stessi Stati si sono visti costretti a decidere di esercitare in comune certe competenze, e dunque a subordinare la presa di decisione su alcune questioni cruciali al loro accordo unanime.
Per un verso, dunque, le istituzioni dell’Ue hanno solo armi spuntate di fronte alla crisi, a causa della volontà degli Stati di preservare la loro sovranità; per l’altro, tale sovranità è ormai sostanzialmente svuotata di contenuto, perché nessuno Stato è in grado di agire indipendentemente dagli altri Stati membri della Ue.

Consapevolezza nuova?
Dopo un primo intervento della Banca centrale europea, che ha varato in tempi brevi un programma di acquisto di titoli per 750 miliardi di euro e che, come aveva fatto nella crisi precedente, ha cercato di supplire con i propri strumenti di politica monetaria all’assenza di un potere politico europeo, è divenuta evidente la necessità di porre in essere meccanismi in grado di rimettere in sesto le economie di alcuni Stati, come l’Italia, piegati dalla crisi, mobilitando una quantità ingente di risorse, e l’urgenza di rivedere i meccanismi di funzionamento della Ue, che subordinano tuttora all’accordo unanime tra Stati le decisioni su questioni cruciali per il futuro di cittadini e cittadine dell’Unione.

Questa consapevolezza, in particolare, si è fatta strada in Germania, da sempre contraria a qualsiasi forma di condivisione del rischio tra Stati membri e quindi di mutualizzazione del debito. La prospettiva di una crisi che metta in ginocchio molti Stati membri sembra aver convinto che l’unico futuro possibile è quello di dar vita a un’Unione Europea politica e capace di agire. Lo scorso 18 maggio Francia e Germania hanno dunque presentato un piano comune per creare un fondo di 500 miliardi di euro, finanziato mediante l’emissione di titoli garantiti dal bilancio europeo e in grado di offrire agli Stati membri in difficoltà non solo prestiti ma anche veri e propri trasferimenti a fondo perduto; e sulla falsariga di questa proposta la Commissione si è mossa per presentare un piano ancora più ambizioso, fondato sempre sull’emissione di bond garantiti dal bilancio europeo, che dovrebbe essere incrementato attraverso la creazione di nuove risorse proprie.

Continua...

Last modified on Martedì, 30 Giugno 2020 16:45

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