Mercoledì, 29 Marzo 2017 06:35

Accompagnare lo sviluppo linguistico dei bambini "nuovi italiani"

L’accoglienza a scuola di un bambino straniero comporta la mobilitazione di un gran numero di energie che prendono forma in iniziative e proposte didattiche diverse. Esse, però, da pratiche suggestive ed originali, rischiano di diventare poco significative quando manca una conoscenza accurata della storia e del bagaglio di esperienze e informazioni pregresse sul bambino. Avere consapevolezza della necessità di raccogliere queste informazioni, di come farlo e di come utilizzarle per un effettivo sviluppo generale e linguistico del bambino italiano, ma soprattutto straniero, comporta il fatto di mettersi in discussione come insegnante, cambiando prospettiva e riorganizzando il proprio modo di lavorare.

La necessità di intraprendere un percorso di questo tipo si è concretizzata, nel mio caso con l’occasione di frequentare il percorso di formazione “Lo sviluppo linguistico nella scuola dell’infanzia” (condotto da Graziella Favaro e Gilberto Bettinelli). Questo itinerario personale, così ricco di stimoli, avrebbe rischiato di rimanere fine a se stesso se non si fosse coinvolta l’intera comunità professionale, se non si fosse dato spazio alla condivisione delle nuove proposte operative, con un cammino coordinato dalla dirigente della scuola finalizzato all’innovazione.
Sono un’insegnante della scuola dell’Infanzia “Fantasia” che si trova nel quartiere “Grazie Tavernelle” di Ancona. Elisabetta Micciarelli, dirigente della scuola in un contesto multiculturale e plurilingue, ha scelto di coinvolgere, in questa ricerca-azione, le scuole dell’infanzia, convinta che l’apprendimento della lingua sia una condizione sine qua non per un percorso di reale inclusione. L’attenzione e la sensibilità impiegate nell’accoglienza degli alunni sono importanti, ma non sufficienti ad accompagnare i bambini nell’acquisizione dell’italiano come L2. Era necessaria una svolta e, grazie al percorso di formazione, ho imparato a usare strumenti e a monitorare i progressi linguistici; ho visto brillare gli occhi di tanti bambini con cittadinanza non italiana che, in riferimento al proprio bilinguismo, si vedevano riconosciuti dai compagni italiani, come portatori di una ricchezza, di un qualcosa in più di cui essere fieri.

La formazione ha coinvolto una rete di scuole e un gruppo di insegnanti che avevano il compito di diffondere nelle proprie realtà le nuove conoscenze e proporre nuove pratiche.

Il percorso di formazione si è articolato in tre fasi. Durante il primo momento ho potuto acquisire informazioni fondamentali sul cambiamento dei flussi migratori, sul concetto d’interlingua, sulla corretta prospettiva con cui osservare i bambini e su come relazionarsi con loro.
Nel secondo passaggio, ho avuto modo di sperimentare alcuni strumenti per raccogliere informazioni sulla situazione linguistica familiare degli alunni. I dati raccolti sono stati fondamentali al fine di:
- conoscere le caratteristiche delle famiglie straniere;
- tratteggiare un profilo anagrafico e linguistico del bambino;
- conoscere l’atteggiamento delle famiglie verso la scuola;
- valorizzare le lingue materne.

La terza fase del percorso mi ha suggerito delle attività e delle proposte operative per sollecitare nei bambini di cinque anni la capacità di descrivere, narrare e raccontare e per valorizzare le situazioni di bilinguismo.

L’importanza della condivisione
Quando il mio percorso da ricerca si è trasformato in azione ho sentito l’esigenza di condividere con le colleghe la mia visione delle cose, e cioè la prospettiva di accompagnare efficacemente il bambino verso un potenziamento linguistico. La risposta è stata unanime! Utilizzare il materiale operativo suggerito dal percorso, volgere con maggiore accuratezza il nostro sguardo verso i bambini bilingui e modificare gli ambienti di apprendimento sono state decisioni prese collegialmente.

Le nostre sezioni eterogenee prevedevano già un’organizzazione in attività laboratoriali per piccoli gruppi, quindi la scelta più semplice è stata quella di far entrare il laboratorio di potenziamento linguistico, con tempi e spazi per narrare e per prendere parola, in questa organizzazione settimanale. Quest’attività necessita, da una parte di una grande flessibilità oraria e dall’altra della opportunità di documentare, con registrazioni video poi trascritte, il percorso dei bambini. Per questo motivo, si è concordato che almeno una volta alla settimana il laboratorio linguistico avesse la compresenza di due insegnanti in modo da agevolare l’osservazione del percorso proposto. Osservazione che per noi ha rappresentato un altro punto critico: il nostro comportamento comunicativo non è stato facile da controllare!

Ci siamo accorte che avevamo difficoltà a non anticipare le risposte dei bambini, a trovare modi efficaci per stimolare il dialogo, a creare un clima positivo e dare senso alle proposte mantenendo uno spirito ludico. Ancora una volta, il corso ci ha dato risposte e suggerito varie modalità di gestione delle attività. Mettendole in pratica, ci siamo accorte che alcuni bambini, perfettamente integrati nelle routine scolastiche, hanno, in realtà, grandi difficoltà di comprensione e che spesso noi confondiamo la loro difficoltà a esprimersi con la timidezza. Abbiamo preso consapevolezza, grazie alle nostre osservazioni, di essere testimoni, a volte ignari, di disagi, criticità, silenzi significativi, ma contemporaneamente anche di progressi, evoluzioni e cambiamenti rilevanti.

Coinvolgere i genitori
Questa scoperta ci ha suggerito l’opportunità di presentare il progetto a tutte le famiglie, allestendo un’occasione di incontro (festa interculturale) in cui sarebbe stato più facile raccogliere le informazioni e stabilire un primo dialogo. Valorizzare la lingua della casa ci ha aiutato ad entrare in empatia con le famiglie ed è stato interessante osservare la risposta positiva dei singoli nuclei familiari nel poter raccontare la propria storia e nel sentirsi ascoltati.

Dalla raccolta delle storie linguistiche, si è poi deciso di portare avanti due percorsi, poiché i bambini italofoni e i bambini neoarrivati (Nai) hanno evidentemente esigenze diverse. Partendo dall’assunto che lo spazio alla scuola dell’infanzia è vissuto come dimensione dell’apprendimento, luogo di ospitalità (in cui si possono innescare relazioni emotivamente positive di identificazione e di presa in cura) e come territorio da condividere capace di attuare processi di socializzazione. Per i bambini non italofoni, si è creato un ambiente accogliente in ogni sezione e ci siamo messe in osservazione rispettando i silenzi e l’utilizzo libero sia della L1 che dell’italiano.

Abbiamo raccolto annotazioni sul comportamento linguistico del bambino in un diario di bordo e registrato regolarmente in una griglia le prime parole in italiano. Per i bambini italofoni, spesso bilingui, con pregresse competenze in italiano L2, abbiamo proposto delle “prove” linguistiche (intervista autobiografica, descrizione di un’immagine, racconto tramite immagini) per verificare l’effettiva competenza in italiano e definire lo stadio di interlingua in cui si trovavano. Dalle trascrizioni di queste prove, sono arrivata a compilare per ogni bambino una scheda per l’osservazione linguistica che contiene informazioni su quali sono i reali bisogni linguistici e che costituisce la base da cui partire per costruire interventi didattici efficaci in quanto orientati.

Possiamo orientare le vele
L’integrazione positiva dei bambini stranieri non può rimanere un compito di alcuni insegnanti e non può essere reclusa in compartimenti stagni. Abbiamo condiviso in un collegio docenti le nostre osservazioni e le nostre perplessità e come Istituto Comprensivo, come scuola e come gruppo di insegnanti abbiano sentito la necessità di andare avanti in questo percorso. Si è così deciso di lavorare sul nostro modo di fare didattica cercando di trovare modalità per valorizzare il bilinguismo e proporre un potenziamento linguistico consapevole.

La scuola dell’infanzia ha deciso di confrontarsi sulle seguenti tematiche:
- nuove forme e modi di accoglienza
- azioni per il coinvolgimento dei genitori
- sfondo integratore come canale linguistico
- organizzazione di nuovi spazi e di tempi dedicati per parlare
- osservazione delle interazioni fra bambini nelle routine
- continuità con la primaria.

Non a caso, “Non possiamo dirigere il vento, ma possiamo orientare le vele” è il motto dell’Istituto Comprensivo “Grazie Tavernelle” di Ancona, e lo ritengo particolarmente adatto a comprendere e interpretare lo sforzo che collegialmente stiamo compiendo per riorganizzare tutte le scuole dell’Istituto.

Buon lavoro e che il vento sia con noi!

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Il Centro di Comunicazione Combonifem è un stato costituito a Verona dalle Suore missionarie comboniane nel 2008.

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