Come colibrì. Ode ai popoli indigeni Wikipedia
Lunedì, 30 Settembre 2019 19:54

Come colibrì. Ode ai popoli indigeni

Si svolgono assemblee sinodali; si parla di popoli; di pastorale e teologia indigena in contesto. Ma cosa significa per la comunità credente, le comunità religiose, e loro per la teologia?

Che cosa significa essere ospitati nell’universo simbolico e pratico dei popoli indigeni? Quanto ci interessa ciò che loro sanno e che noi non avevamo mai pensato e nemmeno immaginato? È proprio vero che le culture hanno trovato posto nei nostri dogmi così ben definiti e circoscritti? Chi li ha mai interrogati nella quotidianità e fuori dalle assemblee ufficiali organizzate non da loro?

In questi ultimi anni si parla molto di popolazioni indigene e, in alcuni Paesi, la Chiesa fa progetti in loro favore per cercare di contrastare i poteri occulti di alcuni governi, e soprattutto per fermare la depredazione dei loro territori da parte delle multinazionali. Dunque siamo capaci di difenderli, come siamo capaci di parlare e di scrivere su di loro? Chi conosce ciò che questi popoli pensano dei nostri atteggiamenti di cura nei loro confronti e del “prestar loro voce”? Espressione udita tante volte ma che non concepisco, visto che loro parlano e pensano ben più di noi.

Ho vissuto in un Paese, la Bolivia, dove la popolazione è a maggioranza indigena. Ho vissuto con un popolo che si è sempre liberato da solo, decidendo della sorte dei propri governi e governanti. Chi, come me, viveva lì, poteva solo ascoltare, imparare a leggere la realtà e lasciarsi insegnare tutto ciò che non sapeva. Poi raccoglieva quei preziosi consigli e li univa al proprio sentire e seminava quel tesoro vicino alle proprie radici. Mi è sempre stato difficile parlare di quel mondo, ho sempre avuto un particolare pudore, in nome di quella sobrietà di parole e del solenne silenzio imparati camminando su quella terra. La familiarità con quelle persone per me significava familiarità con una piccola parte del grande Mistero che ci avvolge tutti. E via via che passavano gli anni, percepivo che quel mondo di persone e di biodiversità emanava davvero quello che, nel mondo andino-amazzonico, chiamano Ajayu: inabitazione di un soffio ancestrale. Presenza che risiede nella terra ma anche in ogni persona e ogni essere vivente, ispirando la vita. Chi non lo possiede si ammala fisicamente, o viene meno la sua saggezza e capacità di discernere il cammino.

Se ti fosse capitato di perderlo, solo la comunità, le persone che vivono con te, può restituirtelo. Ajayu è realtà profonda e senso della vita politica e culturale di un popolo. È spirito, anima e animo. La vita scorre in questa consapevolezza e per questo la si osserva profondamente, ma anche la si tratta con cura per paura di restare svuotati di senso e dunque di respiro.

Anche i processi politici vengono giudicati facendo memoria dell’Ajayu, e se noi oggi imparassimo a leggere la realtà socio-politica mondiale, anche quella italiana, passando per questo filtro portante della cosmovisione andino-amazzonica, capiremmo che il nostro tempo è stato privato dell’Ajayu. Tempo arido, senz’anima. Tempo di inganni e di parole vane e bugiarde. Tempo di forti giochi di potere. Dunque, non è solo il mondo religioso che deve leggersi alla luce di questa inabitazione esistenziale, ma ogni ambito umano e ogni geografia mondiale.

Continua...

Last modified on Lunedì, 30 Settembre 2019 20:01

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