Mercoledì, 30 Ottobre 2019 18:41

Voci di “donne originarie”

Nilma do Carmo de Jesus, suora missionaria comboniana originaria del Brasile, ha partecipato attivamente alle iniziative della Tenda della Casa Comune e ha intervistato due uditrici che portano al Sinodo la voce dei “popoli originari” dell’Amazzonia brasiliana

Marcivana Rodrigues Paiva, di etnia satere-mawe, lavora nel coordinamento per i popoli indigeni che vivono nelle città e partecipa alla pastorale indigena dell’arcidiocesi di Manaus, dove attualmente vive.

Che cosa significa, per te, partecipare al Sinodo sull’Amazzonia?
Posso anzitutto parlare per il mio popolo. È molto importante che noi, “popoli originari”, parliamo in prima persona, perché noi sappiamo quello che stiamo vivendo e che abbiamo vissuto. Essere al Sinodo mi rivela l’impegno che la Chiesa assume nel servizio alle popolazioni indigene e nella ricerca di nuovi cammini per essere presente in mezzo a loro e affrontare con loro le sfide attuali.
I popoli indigeni sono in Amazzonia da migliaia di anni. Noi conosciamo la biodiversità esistente e sappiamo come prendercene cura. Le donne indigene hanno un ruolo fondamentale nella cura della foresta e oggi anche in modo più politico, perché sostengono le battaglie per la salvaguardia di tutta l’Amazzonia. Noi, leader indigene, abbiamo la missione di contrastare gli intrighi della politica, che si ripercuotono non soltanto sulle popolazioni indigene. Rivendichiamo i nostri diritti sui territori in cui viviamo da millenni, per garantirne la sostenibilità. Vogliamo far valere la Costituzione brasiliana, poiché essa dovrebbe garantire i nostri diritti. Noi donne abbiamo una forza interiore capace di trasformare, di generare vita e di prendercene cura, per questo è un dovere per noi vivere un’ecologia integrale e cercare nuovi cammini per la Chiesa dell’Amazzonia.

Perché vivi a Manaus, in città?
A causa della deforestazione abbiamo vissuto migrazioni massicce. Siamo preoccupate, perché il 52% della popolazione di Manaus è indigena: nel perimetro urbano vivono 54 comunità, 45 etnie, e 7 sono le lingue parlate. Manaus e Boa Vista sono le città cresciute di più con il processo migratorio: quando arriviamo, viviamo in situazioni molto precarie, nei ghetti, e rimaniamo invisibili alle politiche pubbliche.

Ernestina Afonso de Souza, di etnia macuxi, viene da Raposa Serra do Sol, nello Stato di Roraima. È coordinatrice del movimento delle donne della sua comunità e insegnante.

Che cosa porti al Sinodo?
Sono venuta a portare la voce del mio popolo e denunciare la violazione dei nostri diritti: i nostri leader e i giovani muoiono per difendere l’Amazzonia. Sono venuta a raccontare il dramma che stiamo vivendo a causa delle politiche distruttive del nuovo governo brasiliano. Chiedo aiuto per difendere insieme l’Amazzonia: lo dobbiamo fare non solo per chi la abita, ma per tutta l’umanità. Noi, popoli indigeni, ci prendiamo cura della nostra terra, ma il Congresso e il governo del Brasile cercano di espropriarcela cambiando la legge. La nostra presenza al Sinodo è per dire che soltanto insieme possiamo salvare l’Amazzonia e cercare nuovi cammini per la Chiesa. È urgente mettersi in atteggiamento di ascolto, di rispetto delle differenze e di difesa della vita e della Terra, perché la Terra è nostra madre: è lei che ci nutre e ci sostiene. Perciò è sacra.

Come insegnante, come vedi l’educazione nel tuo popolo?
L’educazione macuxi rispetta i valori culturali e la Madre Terra, e valorizza la saggezza degli antenati. Cerchiamo anche di far conoscere ai giovani le leggi che garantiscono i nostri diritti e il rispetto delle diverse culture. È importante conciliare la conoscenza tradizionale e quella scientifica, mettendo al centro la questione della Terra, perché senza di lei non possiamo vivere.

Quali sono le sfide maggiori?
Il governo, in carica da appena nove mesi, ha permesso l’uso di pesticidi nelle grandi piantagioni vicine alle nostre comunità, e sta promuovendo grandi imprese minerarie e idroelettriche, che ci travolgono.

E le speranze?
Che il nostro grido possa essere ascoltato da tutto il mondo: le piantagioni senza pesticidi rispettano l’ambiente e la vita. Sono possibili, se non si mira soltanto al profitto.
Dobbiamo collaborare, non possiamo rimanere distanti: uomini e donne, giovani e bambini, tutti e tutte, insieme, possiamo difendere la Terra e la vita. Se rimango da sola, sono come un fuscello che si spezza facilmente, ma se uniamo le nostre forze diventiamo una fascina resistente, e possiamo farcela.

Last modified on Mercoledì, 30 Ottobre 2019 18:45

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