Lunedì, 18 Marzo 2019 21:23

Integrazione europea: due passi avanti e uno indietro

Il cammino su cui si è mosso il complesso processo di integrazione europeo registra ritardi, arresti, improvvise ripartenze e incertezze di ogni tipo.

Eppure, dal 9 maggio 1950, data della Dichiarazione Schuman, la politica di integrazione non si è mai arrestata: l’Europa, responsabile di avere provocato due guerre mondiali dopo avere conquistato il mondo con il colonialismo e l’industrialismo, aveva finito per provocare la sua stessa rovina e rimanere subordinata alle due potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale: Usa e Urss.

Muri immaginari e reali
A livello mondiale la contrapposizione di due blocchi, quello capitalista e quello comunista, aveva provocato una guerra silenziosa e senza battaglie campali, ma non per questo meno pericolosa: la “Guerra fredda”. Dal 1948 l’Europa risultava spaccata in due da Stettino, nel Mar Baltico, a Trieste nel Mare Adriatico: la divideva un’immaginaria “cortina di ferro”, secondo la definizione dell’ex primo ministro britannico Winston Churchill.
Nel 1961, però, un muro viene eretto davvero a Berlino: dividerà la parte occidentale della città, occupata da statunitensi, britannici e francesi, dalla parte orientale, soggetta all’occupazione sovietica.

Fra deleghe e sovranità
La gran parte delle contraddizioni del processo di integrazione europea origina dalle sue premesse: l’adozione del metodo funzionalista e lo stesso concetto di integrazione.
Il metodo funzionalista, elaborato da Jean Monnet,** prevede che vengano sottratte agli Stati e delegate alle varie “Comunità europee”, progenitrici dell’attuale Unione Europea, singole funzioni: l’amministrazione della siderurgia o delle attività estrattive, la gestione del commercio interno ed estero, e altre ancora, via via che i governi decidevano di integrare maggiori funzioni. Gli elementi fondamentali della sovranità, però, rimanevano ai singoli Stati. L’integrazione è divenuta una progressiva delega di funzioni dagli Stati nazionali a un’organizzazione sovranazionale che non è mai divenuta una federazione. In questo senso va letta la famosa frase «un’unione sempre più stretta» che introduce il Trattato di Maastricht, del dicembre 1991, che, entrato in vigore il 1° gennaio 1993, istituisce l’Unione Europea.
In questo senso le Comunità europee prima e l’Unione Europea dopo sono state descritte con la metafora della bicicletta che per restare in moto deve sempre ricevere nuovi impulsi, altrimenti cade.
Un processo di questo tipo nelle intenzioni di Jean Monnet e dei funzionalisti dovrebbe portare naturalmente a un’integrazione completa e, in prospettiva, alla nascita di una federazione.
Per i federalisti come Altiero Spinelli, al contrario, un processo di questo tipo rischiava di invischiarsi in una tensione infinita, e Mario Albertini*** era giunto a teorizzare addirittura la necessità di un decisivo “salto federale”.

Il paradosso di Maastricht
Alcune sentenze della Corte di Giustizia europea, istituita con il Trattato della Comunità europea del carbone e dell’acciaio del 1952, avevano affermato l’efficacia delle politiche comunitarie sui cittadini dei singoli Stati europei, ovvero, per le materie oggetto di integrazione il diritto comunitario prevaleva sugli ordinamenti nazionali. Tali sentenze allarmano gli Stati, che si sentono esautorati dall’integrazione comunitaria. Nel 1993 il Trattato di Maastricht, da cui nasce l’Unione Europea, sottrae al metodo comunitario rilevanti ambiti di cooperazione, fra cui la Politica estera e di sicurezza (Pesc) e la Cooperazione in materia di giustizia e affari interni (Cgai). Gli Stati potevano decidere se renderli “comunitari” in futuro oppure se mantenerli oggetto di una semplice cooperazione fra gli Stati.

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Last modified on Lunedì, 18 Marzo 2019 21:34

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