Lunedì, 30 Marzo 2020 16:38

Donne straniere nel mercato del lavoro

Nei processi di integrazione un aspetto rilevante è l’inclusione lavorativa delle donne straniere, che permette loro di avere a disposizione denaro da spendere in maniera autonoma. Ciò può favorire processi di emancipazione, oltre che il miglioramento della stima nelle proprie capacità.

Il fatto di non lavorare e di non cercare un lavoro, quindi di essere, in termini tecnici, “inattive”, può essere una scelta, ma per molte donne può anche essere una condizione senza alternative.

Tratti emergenti
Alcuni degli aspetti più evidenti che condizionano i percorsi lavorativi delle donne straniere in Italia sono il peso della cura dei familiari, in particolare di marito e figli, il titolo di studio e l’età.
Questo è quanto emerge dal IX Rapporto annuale sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia redatto dal ministero del Lavoro: la condizione di madre con figli è fortemente connessa con l’inattività. 3 su 4 donne inattive provenienti da Paesi extra-Ue (74,4%), infatti, vivono in una famiglia formata da una coppia con figli, più spesso di quanto avvenga per le italiane e le cittadine di Paesi Ue.

Tipologie di donne
Precisiamo che si tratta di una semplificazione statistica: ogni persona ha un proprio percorso di vita con le sue specificità irriducibili che possono naturalmente essere diverse da quelle qui descritte.

Detto ciò, come si presenta la donna straniera inattiva? La fotografia offerta dal Rapporto è quella di una donna piuttosto giovane (età media 35 anni), sposata, spesso madre e, quindi, con carichi di famiglia, con un basso titolo di studio e che non ha mai lavorato prima. Un ulteriore fattore di rischio è il luogo di residenza: vivere nel Mezzogiorno aumenta il rischio di esclusione dal mercato del lavoro, e questo avviene, come noto, anche per le donne italiane.

Come si presenta la donna straniera lavoratrice? Più spesso è single, tendenzialmente senza figli, con bassi titoli di studio, anche se vi è una parte di queste donne che sono laureate (16,1%).
Rispetto alle lavoratrici italiane, l’inserimento delle lavoratrici straniere è piuttosto faticoso: come dipendenti ricevono retribuzioni più basse (le cittadine extra-Ue percepiscono in media 852 euro netti, le cittadine Ue 959 e le italiane 1.230), anche per il ricorso, spesso involontario, al lavoro part-time. Come tipologia di professione, esse svolgono lavori impiegatizi o lavori manuali non qualificati.

Occhio alle nazionalità
Quando parliamo di donne extra-comunitarie in Italia, parliamo di donne che provengono da circa 170 Paesi diversi, con traiettorie migratorie anche profondamente differenti. È dunque utile approfondire cosa avviene per i 14 Paesi presi in considerazione nel Rapporto.
Con la tecnica statistica dell’analisi delle corrispondenze multiple, i ricercatori hanno identificato quattro gruppi che possano spiegare la condizione lavorativa delle donne (asse orizzontale nel grafico), considerando sia le italiane che le straniere e osservando, in particolare, la tipologia di famiglia in cui vivono (sull’asse verticale nello stesso grafico: nella parte in alto, le donne single; nella parte in basso, le donne in coppia).

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Last modified on Lunedì, 30 Marzo 2020 16:46

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