Venerdì, 23 Dicembre 2016 20:02

Il mondo 
a chilometro zero

La Caritas diocesana di Verona ha avviato da mesi un programma di accoglienza diffusa per richiedenti protezione internazionale, con cui accompagna il graduale passaggio degli ospiti da una struttura a una casa. Un’operatrice racconta la sua esperienza

Viaggio ogni giorno. Ogni giorno vado in Gambia, Senegal, Costa d’Avorio, Benin, Ghana, Guinea, Togo, Mali, Nigeria, Bangladesh, Afghanistan, Pakistan. Talvolta mi capita di fare un viaggio per mare, di andare in Libia, Algeria, Niger, o di fare tantissimi chilometri a piedi (a volte prendo mezzi di fortuna), verso l’Iran, la Turchia, la Macedonia, la Grecia, la Serbia, l’Ungheria, la Slovenia, la Croazia.

Alla sera torno a casa, senza aver macinato neanche un chilometro, se non negli occhi e con le parole delle cento e più persone che ho la fortuna di incontrare nel mio lavoro.

Faccio l’operatrice in un Centro di accoglienza per persone richiedenti protezione internazionale. Non lavoro in un albergo a quattro stelle, non installo wi-fi, non distribuisco quotidianamente soldi, a mucchietti da 35 euro.
Lavoro per Il Samaritano, braccio operativo della Caritas diocesana veronese. Fin dal 2011, epoca del primo drammatico afflusso di persone dal Nord Africa, la Caritas è stata in prima linea nel farsi incontro – tra altre situazioni di grave marginalità e diverse dimensioni della povertà – alla cosiddetta emergenza profughi.

Oggi accogliamo centoquindici uomini stranieri, ospitati in tre strutture e in quattordici comunità parrocchiali e religiose della nostra diocesi. E a Sommacampagna collaboriamo con la Cooperativa I Piosi per l’accoglienza di altre sei persone.
Abbiamo un’idea ben precisa di accoglienza, che rifiuta i grandi numeri e punta sulle comunità locali.

Caritas ha scelto innanzitutto di non riunire in una stessa struttura più di venticinque ospiti.
Ognuno porta con sé una storia importante e importanti progetti, che necessitano di una cura che non tollera la disattenzione tipica delle folle.

L’attenzione individuale ci permette una progettazione individualizzata, che inizia non appena la Prefettura affida al Samaritano un nuovo ospite. Si concretizza, durante le prime settimane, nell’accompagnamento in Questura per le pratiche burocratiche, nell’assistenza ai necessari screening sanitari e nell’inserimento nei corsi di alfabetizzazione. Strutturati su diversi livelli, in base alle competenze pregresse, i corsi propongono almeno 15 ore settimanali di formazione, e un ulteriore sostegno per chi frequenta le scuole medie e i corsi del Centro provinciale istruzione adulti. Tutto questo si aggiunge al soddisfare ogni giorno i bisogni elementari: un posto letto, cibo e vestiti, dispensati sempre secondo criteri di sobrietà e dignità.

Questo progetto trova un ideale completamento quando gli ospiti sono trasferiti presso le comunità parrocchiali e religiose che accolgono piccoli gruppi, costituiti da un minimo di due a un massimo di cinque persone. L’inserimento nelle comunità locali è il banco di prova, il trampolino di lancio, l’occasione che le persone hanno di interfacciarsi concretamente con la realtà locale, fatta di abitudini, modi di dire, di pensare e di relazionarsi, orari da rispettare… e molto altro. Ogni comunità raccoglie attorno agli ospiti gruppi di volontari che, nel loro tempo libero, insieme agli operatori si occupano di sostenere le persone nell’inserimento socio-lavorativo sul territorio.

Se penso al nostro progetto nelle parrocchie, sento che una delle cose che emergono maggiormente è la necessità di costruire insieme una rete sociale che vada oltre il semplice (anzi, complessissimo) ottenimento del permesso di soggiorno o di un contratto di lavoro. Si tratta di creare alleanze, calore e condivisioni che sappiano trasformare il lungo tempo d’attesa in momenti di vita “normale”. Una persona che non ha una casa dove vivere e non si sente circondata da una comunità, non è una persona che gode pienamente della sua dignità.

Viaggio ogni giorno. Viaggio in una foresta intricata di pregiudizi, luoghi comuni e distanze culturali apparentemente incolmabili. Siamo in molti, insieme, a fare questo viaggio: questo mi sembra già una garanzia.

Oggi è passato Tusday. Sta tinteggiando le sale e la cancellata della parrocchia in cui è accolto. Abbiamo dovuto combattere un po’ contro l’idea del freddo. Stavamo parlando e, prima di andarsene, mi ha detto: «Questo è il mio Paese, qui voglio trovare un lavoro, una casa, una moglie. Qui voglio fare dei figli. Non voglio più tornare indietro. Voglio stare dove mi sento libero. Sono molto, molto felice».

Last modified on Sabato, 31 Dicembre 2016 16:07

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Attraverso una rivista, un sito web e social media correlati promuove la dignità di ogni persona nel rispetto delle differenze di genere, di cultura e di religione, per far crescere società inclusive attente al bene comune.

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