Lunedì, 03 Agosto 2020 08:45

Quel meraviglioso campo di fiori colorati

Sono arrivata a Richmond il 3 marzo 1964 e la segregazione razziale imperversava ancora. La mia missione inizia a Richmond, nel quartiere di Clopton, in una casa per ragazze madri afroamericane, la Maternity Home. Alcune di loro avevano appena 13 anni e due addirittura 11. Venivano riferite generalmente dai servizi sociali. Io, come ostetrica, vivevo con loro e le accompagnavo fino al parto. Spesso diventavo la loro confidente.

Le giovani madri sapevano che dopo il parto si sarebbero separate dalla loro creatura, data subito in adozione dai servizi sociali. Per molte di loro era una prospettiva che generava grande sofferenza. Per questo amavano pregare con Maria, la madre che con dolore impotente ha accompagnato il suo figlio Gesù fino alla croce. Per me, donna di origini contadine, vivere con quelle giovani dalla vita travagliata, così diverse per età ed esperienze, era come stare in un campo di fiori: tutti diversi e tutti con la loro bellezza.

Una sera mi avvertono che il Ku Klux Klan (Kkk) ha intenzione di bruciare la casa. Dopo il crepuscolo li vedo arrivare, incappucciati nelle loro cappe bianche, le torce e il crocifisso. Chiedo a suor Gianmaria Bruni di intrattenere le ragazze. Io esco. Si avvicinano minacciosi. Mi fermo a pochi metri da loro e spalanco le braccia. Anche loro si fermano. Passano minuti interminabili. Io rimango immobile, con le braccia aperte, in silenzio. Finalmente mi voltano le spalle e se ne vanno.

Nella casa di accoglienza di Clopton sono rimasta una decina d’anni: c’erano due dormitori grandi, tre bagni e una cucina. Di giovani donne ne sono passate tante, e quando la segregazione è finita non erano soltanto afroamericane. Quella che mi ha fatto soffrire di più è stata Aurelia. Orfana di entrambi i genitori, viveva di piccoli furti. Aveva 11 anni quando rimase incinta e ci venne affidata. In casa rubava tutto, anche a me. Scaltra e ingegnosa, mi sembrava una causa persa. Ma dopo il parto, prima di andarsene, mi disse parole inattese: «Suor Natalina, mia nonna diceva che la persona che più ti ama è quella che fai soffrire di più. E io l’ho fatto con te».

Last modified on Lunedì, 03 Agosto 2020 08:50

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