Mercoledì, 29 Aprile 2020 15:31

Infiniti desideri

Mi sospingo con il desiderio; i sepolcri sono tanti, troppi. O forse non sono nemmeno sepolcri: sono fosse comuni, sono inferi condivisi in cui si cerca comunque di respirare.

Oggi tutta quella parte di mondo che si identifica con l’Occidente, quell’Occidente ricco, familiarizzato con lo spreco, abituato a comprare e vendere tutto, oggi questa parte è stata anch’essa, come il resto dell’umanità, toccata da un virus. Questo mondo che identifichiamo con il Nord oggi è profondamente scandalizzato, perché è stato colpito nella sua più rutinaria quotidianità, senza sapere da chi o da che cosa.

Nel dolore collettivo
Oggi questa porzione di umanità, troppo piccola ma assai invadente, pensa di essere la vittima sacrificale, mentre le sue strutture si mostrano per quello che sono. Incerte e discriminatorie. Alla maggior parte dei capi politici cade la maschera, non riescono più a nascondere la loro pochezza e banalità; negli Usa, l’assurda e insensata brutalità. Anche le religioni sono messe in crisi per ciò che riguarda il loro sistema cultuale e liturgico.

Per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale, nell’emisfero Nord ci ritroviamo in un tempo sospeso. Per la prima volta, dopo molti anni, noi donne e uomini di questa parte di mondo sperimentiamo l’esperienza del dolore collettivo. Eppure, da tanto tempo, donne e uomini ci hanno voluto raccontare, più con i corpi che con le parole, come è faticoso vivere in mezzo al dolore. Vedere le proprie città distrutte e deserte; non poter studiare, sentirsi indifesi nella malattia, violentati nel corpo; perdere la vita di amici e familiari; perdere la casa, il lavoro.

Da tanto tempo ce lo dicevano e da tanto tempo sapevamo che i nostri Paesi sono complici di guerre lontane ma anche di ingiustizie assai vicine, che oggi emergono apertamente alla luce: la precarietà del sistema sanitario, il divario economico tra classi sociali. I nostri Paesi sono complici di milioni di profughi alla deriva e di morti in mare; complici del degrado ambientale.

Sospingere la luce
Noi non ci siamo mai preoccupati del sorgere della luce su buoni e cattivi, cosa di cui, invece, si preoccupa Dio (cfr. Mt 5,45). E oggi dovremo risvegliare nuove possibilità; percepire nuovi orizzonti umani. È ora di renderci conto che il mondo, con i suoi sistemi socio-politici, era malato già da molto tempo, mentre girava attorno all’asse dell’egocentrismo del Nord, rappresentato dall’ingombrante potere, sia effettivo che simbolico e culturale, di pochi e inetti caudillos, naturalmente uomini.

Potere che si erge come un pericolo, per l’umanità e l’ecosistema; che fabbrica ed esporta armi, mentre obbliga molti dei suoi propri figli a vendersi per un paio di sandali, come direbbe il profeta Amos (cfr. Am 8,4-7). Un Nord che compra, vende e consuma le risorse naturali che appartengono ad altri Paesi. Sfrutta manodopera, coltiva sentimenti razzisti e omofobi; ignora o sommerge le culture che non assomigliano alla propria e spoglia il pianeta della sua bellezza, avvelenandolo. Perché il mondo del Nord vive di bisogni e si è dimenticato i veri infiniti desideri. Mi viene in mente una bellissima poesia di Emily Dickinson:

Non conoscendo quando verrà l’alba,
io spalanco ogni porta.
O forse piume avrà come un uccello,
onde come una riva?

Proprio perché non si sa quando verrà l’alba, dobbiamo affrettarci e sospinger la luce. Ma non esiste solo un’alba per noi, in un emisfero che ha sempre fatto il buono e cattivo tempo. L’alba luce, l’alba sole, l’alba portatrice del giorno è per tutti e tutte.

A me interessa l’alba di altre donne e di altri uomini, grandi e piccoli, bambine e bambini; animali, piante, mari e fiumi. Ma, come canta la poetessa, l’alba ci raggiungerà solo se spalanchiamo tutte le porte.

Last modified on Mercoledì, 29 Aprile 2020 15:38

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