Mercoledì, 29 Aprile 2020 15:41

Essere comunità che celebra

Lo scorso ottobre a Roma il Sinodo per l’Amazzonia ha messo in luce un fatto poco noto in Europa ma rilevante per l’esperienza ecclesiale: la maggior parte delle comunità cristiane in contesto rurale, lungo i fiumi o nella foresta amazzonica, celebrano l’eucaristia più o meno una volta all’anno; talvolta anche ogni due, tre o più anni.

Vivere la fede senza eucarestia
Diocesi estese su un territorio vasto e poco popolato; enormi distanze tra villaggi e sede della diocesi; carenza di vie di collegamento terrestri o acquatiche con isolamento stagionale per pioggia o stagione secca; tutto ciò concorre a questa situazione, così diversa da quella di chi pratica la fede cattolica in Italia. Ma la principale causa di celebrazioni eucaristiche tanto rare, seppur considerate centrali nella vita di comunità discepole di Gesù, è la scarsità di presbiteri, molti dei quali missionari europei.

Spesso le comunità amazzoniche sono molto vive nell’ascolto della Parola di Dio e nella ministerialità laicale, che promuove la giustizia, i diritti umani, l’ecologia, e non di rado è osteggiata da persecuzione e morte. Ogni domenica si raccolgono per una celebrazione animata da laici e laiche: al centro, l’ascolto della Parola di Dio e la preghiera ma non l’eucaristia, perché mancano presbiteri. Solo periodicamente uno le visita per celebrare i sacramenti.

Questa situazione ha alimentato il dibattito e la ricerca del Sinodo già nella fase di ascolto, quando le stesse comunità hanno chiesto che questa questione venisse affrontata, perché anche la più isolata ha il diritto di celebrare l’eucaristia (Instrumentum laboris 126; Documento finale 110). In effetti, ogni comunità cristiana non solo ha diritto a ricevere l’eucaristia ma anche a celebrarla, per vivere quella “comunione” con Dio e con i fratelli e le sorelle. Questa è la natura profonda della Chiesa.

Proposte dal Sinodo
L’Instrumentum laboris (IL) ha raccolto i contributi di 89.000 persone che hanno partecipato alla fase preparatoria e il Documento finale (DF), elaborato durante l’assemblea romana, ha consegnato a papa Francesco due auspici e proposte:

• non separare il momento sacramentale dal resto della vita della comunità (evangelizzazione, solidarietà, servizio), perché l’eucaristia non è un rito staccato dall’esistenza del “noi” come Chiesa e non può essere ridotta a un dono di grazia per il singolo;

• cambiare i criteri di selezione e preparazione al ministero ordinato (IL 126c) includendo uomini, anche sposati, indicati dalla comunità e riconosciuti come persone formate e autorevoli (IL 129.a2) capaci di garantire una «pastorale della presenza», una fede e una Chiesa radicata nella cultura locale e la presidenza dell’eucaristia ogni domenica (DF 111). È la stessa prassi «della Chiesa primitiva, quando rispondeva alle sue necessità creando ministeri appositi (At 6,1-7; 1Tm 3,1-13)» (IL 129).

Nell’assemblea sinodale, il grande sostegno manifestato a questa proposta (approvata con 128 voti, a fronte di 41 contrari) non ha dissolto le resistenze di alcuni vescovi, teologi e cristiani comuni che hanno pubblicato testi poco fondati dal punto di vista storico e teologico, come quello del cardinale Sarah. Eppure le comunità dell’Amazzonia sono private di ciò che la Chiesa cattolica, almeno a parole, proclama centrale per la vita e la fede cristiana: l’eucaristia.

Ritorno al Concilio di Trento?
L’esortazione post-sinodale Querida Amazonia (QA) ribadisce che «l’eucaristia fa la Chiesa, la Chiesa fa l’eucaristia», ma non accoglie immediatamente la richiesta del Documento Finale di ordinare anche uomini sposati, benché non la escluda esplicitamente. Riporta piuttosto una lettura del ministero del presbitero in una logica del sacro più vicina al Concilio di Trento (QA 85-87.103) che al Concilio Vaticano II.

Ciò genera sconcerto, ma altre espressioni dell’esortazione meritano attenzione: i sacramenti mostrano e comunicano il Dio vivo in tutte le situazioni della vita (QA 84), sono fonte di vita per ogni persona che «non si può privare del cibo della vita nuova e del perdono» (QA 89). Dopo la pubblicazione di Querida Amazonia il dibattito è ripreso, spesso separando la questione sul celibato obbligatorio dei presbiteri dalla domanda sulla presidenza dell’eucaristia e la possibilità per migliaia di comunità di celebrare ogni domenica.

Chiesa europea al tempo del Covid-19
Proprio in questo frangente temporale le Chiese cattoliche europee e, in particolare, quelle italiane, si sono trovate a vivere una situazione inedita: l’epidemia da Covid-19 ha costretto laici e laiche a non partecipare all’assemblea eucaristica. Una situazione opposta a quella dell’Amazzonia, perché vescovi e preti hanno continuato a celebrare l’eucaristia senza la presenza della comunità, spesso in streaming, su Facebook o in tivù, mentre in Amazzonia è la mancanza di preti a impedire la celebrazione domenicale.

La Conferenza episcopale umbra ha ricordato che la presenza dei fedeli non è accessoria, ma il valore dell’assemblea celebrante con la presidenza del presbitero, come delineato nei documenti del Vaticano II e nella successiva riforma liturgica, è stato di fatto negato. Il ministero del vescovo e del presbitero è regredito da quello della “presidenza” a quello del “sacerdote celebrante” di un rito di cui le persone sono solo destinatarie, come nella teologia del Concilio di Trento.

Una lezione dall’Amazzonia
L’interruzione di ciò che è stato ovvio in una parrocchia italiana (ogni domenica ci sono molte celebrazioni eucaristiche alle quali partecipare) ha suscitato disagio e sconcerto e ha rivelato quanto sia difficile, a più di 50 anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II, uscire dal ritualismo tridentino incentrato sul sacerdote. E allora diventa essenziale recepire la lezione sull’eucaristia che viene dall’Amazzonia.
In primo luogo la sottolineatura del sacerdozio comune.

Tutti i battezzati e le battezzate, ministri ordinati e laici, come Gesù rendono culto a Dio nella vita quotidiana, donata per amore suo e del prossimo (Rm 12,1-2). Ogni celebrazione si radica in questa “vita sacerdotale comune”, fonte e culmine dell’esistenza cristiana; l’eucaristia è un’assemblea celebrante presieduta da un ministro ordinato, mai riducibile a un’azione privata del ministro alla quale i fedeli fanno da spettatori.

In secondo luogo, per ogni chiesa locale del mondo l’eucaristia è il momento che più manifesta e plasma il “Noi ecclesiale”, facendo di tutti e tutte un solo corpo (DF 109). La Chiesa nasce dall’annuncio che genera comunione, non dall’eucaristia; ma l’eucaristia esprime l’essere insieme “corpo” di Cristo, nella comunione verso cui l’umanità intera cammina mentre riceve nuova energia. Come ha ricordato papa Francesco citando Paolo VI: «L’eucaristia si celebra perché da estranei, dispersi, indifferenti gli uni agli altri, diventiamo uniti, eguali, amici» (QA 91).

E ora, diamo risposta
Ciò che è risuonato ben chiaro nel Sinodo per l’Amazzonia la Chiesa cattolica in Europa lo vive in questo tempo di limite e di malattia, dopo aver dato per scontata e ovvia la possibilità di celebrare l’eucaristia. La privazione sperimentata nelle parrocchie d’Italia è una lezione preziosa e dolorosa sulla centralità eucaristica; è una privazione che, in modo ingiustificato e ingiustificabile – semplicemente scandaloso –, segna la vita di tante comunità in altre parti del mondo. Come accettare ancora questo scandalo?
Dobbiamo garantire l’eucaristia anche alle comunità cristiane dell’Amazzonia, in quei modi che esse stesse hanno indicato… senza ottenere finora risposta.

Last modified on Mercoledì, 29 Aprile 2020 15:45

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