Giovedì, 22 Dicembre 2016 14:43

La vita preme

Prende il via con questo numero una rubrica affidata al Coordinamento delle teologhe italiane (www.teologhe.org) che, come si è più volte detto anche sulle pagine di questa rivista in cui ci consideriamo di casa, ha un’ambizione: quella di fuggire da ogni logica di corporazione per agire piuttosto come una rete e un catalizzatore.
A me l’onore di aprire il percorso, che si gioverà 
di voci diverse, con interventi volti a delineare 
le pratiche che ci vedono testimoni, i cantieri 
di azioni/pensieri che ci appassionano da tempo, che muovono i primi passi o che vorremmo attivare.

"La vita preme" è il titolo che abbiamo scelto non solo per queste prime note ma anche per l’intero percorso sulla VITA.

Qualche parola è necessaria anche 
per chiarire questo titolo, che può avere significati diversi: non vogliamo scegliere, li teniamo tutti!

Premura e pressione

Nel premere sono racchiuse almeno due diverse dimensioni, entrambe presenti nell’esperienza delle donne e anche, di conseguenza, nelle loro pratiche teologiche. In primo luogo questo indica che ci sta a cuore il mondo degli affetti e delle relazioni nelle quali si radica ogni riflessione.
Intendiamoci: non è che gli uomini si muovano su sfere celesti e attivino razionalità disincarnate – questo è piuttosto un mito maschile abbastanza diffuso, anche nel pensiero cristiano – ma con maggiore difficoltà mettono a tema questo intreccio, proprio perché le gabbie che hanno vincolato le donne al mondo della vita hanno relegato gli uomini in un carcere asettico da cui oggi iniziano a uscire, non senza difficoltà. Questa premura per il mondo trova anche una consonanza nell’orizzonte cattolico contemporaneo: grido della terra e grido dei poveri (Laudato Si’ 49), così come l’indicazione di uscire da una teologia da tavolino, potrebbero andarvi anche molto d’accordo, ad alcune condizioni, che nel cantiere rappresentato da questa rubrica segnaleremo...
Cominciamo perciò col presentare l’altra faccia della medaglia: c’è anche una pressione degli eventi che interagisce con forza col nostro lavoro. Mi riferisco alla crisi economica, con un precariato alle stelle, certamente anche nel campo delle cosiddette “opere d’ingegno”, che trovano nicchie economiche minimali, sempre che ci riescano.
Mi riferisco anche alle molte evenienze della vita familiare, con le necessità dei piccoli e degli anziani, infine di tutti. Anche queste non sono una riserva femminile, ma le statistiche portano uno specifico contributo, indicando un primato delle donne anche in questo campo. Se anche questi elementi contribuiscono alla ricerca teologica, fornendo specifiche sensibilità, nello stesso tempo la rendono sempre a rischio per la scarsità di mezzi, che obbliga spesso a dilatare i tempi della ricerca e della scrittura.

La lezione delle periferie: prontezza e lentezza

Fare teologia senza paracaduti ecclesiastici significa anche, in certo senso, abitare un margine ecclesiale. Non voglio tuttavia sciogliere il significato sociale e politico delle periferie, la cui lezione indica anche un metodo di lavoro, attraversato da un’ansia di giustizia e di radicale inclusione. Questa mi sembra la lezione delle periferie in senso proprio, quella che ha nei campi profughi, per intenderci, la sua cifra.
Proprio questo riferimento, tuttavia, suggerisce anche delle traiettorie interessanti: troppe volte in quei contesti si parla in modo concitato di emergenze e si trascurano le cause prossime, remote e strutturali da cui la situazione critica cui ci si riferisce trae origine. L’azione pronta e immediata è invece chiamata ad attivarsi, senza tuttavia trascurare il lavoro remoto. In modo simile, credo, ci si dovrebbe muovere anche in ciò che riguarda il nostro discorso: esistono dei temi in cui è la stringente attualità a dettare l’agenda, ma limitarsi a essi porterebbe a una rincorsa delle emergenze che alla lunga manca il bersaglio.
Per fare degli esempi, non ci si può sottrarre al dibattito attuale su donne e diaconato, così come non ci siamo sottratte a quello sul gender. Portiamo avanti, però, contemporaneamente e con la stessa dedizione, le questioni che stanno sullo sfondo: come leggere la Scrittura, come interpretare le immagini di Dio che utilizziamo, vedendo anche come interferiscono con gli schemi sociali e di genere. Indaghiamo l’orizzonte del confronto e del dialogo con le religioni come momento imprescindibile e non solo quando temiamo che esso possa interagire con il terrorismo e le guerre.

Ecumenismi e bilinguismi

Proprio l’ultimo esempio addotto, relativo al dialogo interreligioso, suggerisce un altro criterio del nostro lavoro che può essere importante raccogliere e discutere. Tradizionalmente – ormai si può osare questo termine anche per i nostri percorsi, che hanno una storia cospicua! – le riflessioni femminili nelle Chiese si sono svolte con modalità ecumeniche, sia in senso specifico che in senso lato.
La condivisione della forza critica e trasformativa del femminismo ha infatti fornito una piattaforma comune a donne appartenenti a diverse confessioni cristiane, ma anche a donne post/cristiane, così come a credenti di diverse religioni e persone che ritengono di non professarne alcuna. Questo patrimonio di collaborazioni multiple può estendersi ad altri aspetti: ad esempio, a una rinnovata alleanza nel mondo cattolico fra donne laiche e consacrate, o allo scambio rispettoso fra diverse prospettive filosofiche, come quelle che si riferiscono alla differenza, quelle che privilegiano modelli di genere o che intendono superare entrambi; o alla collaborazione fra i contesti primariamente impegnati nella solidarietà e quelli dediti ad aspetti meno concreti.

Tutto questo non si riferisce a pie intenzioni ma a pratiche sperimentate, e perciò reca con sé anche la consapevolezza delle lentezze, delle difficoltà e dei modi per superarle. Uno di questi si potrebbe riassumere nella necessità di continue traduzioni, come se si vivesse in constante bilinguismo.
Come ben sa chi si sposta spesso, sia per necessità che per missione, la traduzione è un compito non banale: necessita di interruzione del proprio pensiero, di spazio e di empatia. In fondo spesso le teologhe passano mondi, traducono e traghettano, abitando perfino ambienti accademici ed ecclesiastici, contaminando i linguaggi. Se a volte si rischia di perdersi in un territorio altro, le reti come il Coordinamento aiutano a non soccombere.

Occhio alla glicemia: 
troppo zucchero fa male

Un ultimo suggerimento, infine, non scontato e certo non superato, è quello... dell’indice glicemico! Fuor di metafora, intendo riferirmi a quelle modalità che declinano il femminile (e ovviamente il materno, quando se ne presenti il caso, magari parlando della Chiesa...) come dolce e suadente, vivendo con disagio ogni approccio critico.
Questo tipo di atteggiamento è di fatto molto diffuso, perché non è solo una proiezione del desiderio maschile o una sottile tentazione femminile (un complimento è sempre meglio di un insulto, si sa!). Ha infatti pericolose connessioni con altri atteggiamenti diffusi, quali la ricerca di emozioni tanto forti quanto fugaci, il timore di dire la propria opinione per non scontentare il responsabile del momento, l’accidia mentale e la pigrizia pratica che rifuggono la fatica del concetto e l’impresa della trasformazione.

Evitare una teologia da tavolino è dunque possibile e auspicabile, ma certo non vuol dire cercare vie abbreviate, retoriche romantiche o mistiche a buon mercato, magari spacciandole per femminili.

Last modified on Sabato, 31 Dicembre 2016 16:06

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