Una vita per i diritti Bijou Furaha Nzirirane
Martedì, 07 Marzo 2017 17:31

Una vita per i diritti

Diamo voce a Bijou Furaha Nzirirane, congolese intervistata nell’ultimo numero della rivista Una missione a partire dalla città

Nella sede della Cgil di Palermo, abbiamo incontrato Bijou Furaha Nzirirane, originaria della Repubblica Democratica del Congo e a Palermo da 16 anni. Dal 14 settembre 2015 è la nuova responsabile dell’ufficio migranti della Cgil di Palermo. La sua storia, il suo impegno sindacale, la sua testimonianza di donna fanno di lei una persona straordinaria. È stato bello ascoltare il suo racconto sulle sue origini e sulla città che l’ha accolta.

Chi è Bijou? Sono una donna congolese di 40 anni arrivata a Palermo 16 anni fa e ho un figlio di 5 anni. Sono venuta a Palermo per studiare; finiti gli studi pensavo di ritornare in Africa. Sono rimasta incinta e ho incontrato grandi difficoltà nel fare un “progetto di rientro”, anche perché la mia famiglia pensava che la cosa migliore fosse restare in Italia. Pian piano mi sono convinta che potevo lavorare qui a Palermo e che nemmeno fosse giusto portare mio figlio in Congo essendo stata Palermo la sua città natale e che il papà, non essendo congolese, non avrebbe mai accettato. Il mio primo lavoro è stato all’università, occupandomi dello sportello per studenti stranieri e oggi sono responsabile dell’ufficio migranti della Cgil di Palermo.

Perché Palermo? Quando ero nella Repubblica Democratica del Congo facevo parte di un movimento giovanile impegnato nella lotta per il riconoscimento e rispetto dei diritti, la tutela delle donne e dei giovani. Era il tempo in cui in Congo il governo era dittatoriale. Un sacerdote gesuita accompagnava il nostro movimento, anche se dopo è stato trasferito per studi a Palermo. Diplomata, usufruendo di una borsa di studio mi sono trasferita, insieme ad alcuni miei compagni, a Palermo dove ho continuato i miei studi. Non ne ero molto convinta, sono stati i miei genitori a persuadermi. Questo giustifica la mia presenza a Palermo.

... E poi cosa hai fatto? I primi tempi sono stati difficili, anche se c’era uno obbiettivo che giustificasse la mia presenza qui a Palermo: arrivare alla laurea e dopo avere la possibilità di fare il dottorato. Ho continuato con l’impegno iniziato in Congo per i diritti, e all’università ho iniziato a riunire le persone intorno a questa lotta. Sono riuscita a creare il gruppo degli studenti stranieri e la lotta era per i loro diritti all’interno dell’università e verso la città. Dopo essermi laureata, avendo più tempo, ho iniziato a frequentare il centro Astalli come volontaria. Lì mi sono ritrovata, era come se continuassi a fare le cose che facevo a Bukavu, la mia città di origine. L’esperienza vissuta al centro Astalli è quella che mi ha dato di più. Da lì è partito poi l’impegno concreto nel campo dell’immigrazione, sino ad essere oggi responsabile del dipartimento migranti della Cgil Palermo.

Cosa pensi di Palermo e come la vivi oggi rispetto al tuo arrivo? Sicuramente la crisi economica di questi ultimi anni ha peggiorato la vita in città. Le prospettive per i giovani sono diminuite sempre di più rispetto a quando sono arrivata. Quando io sono arrivata era in atto un gemellaggio tra la città di Palermo e quella di Bukavu, che si conclude con l’amministrazione Cammarata. Con Orlando l’ufficio per gli studenti congolesi è stato riaperto, ma senza una vera proiezione sul territorio. Palermo è la città dell’accoglienza non soltanto per chi arriva, ma dovrebbe esserlo anche per le tantissime persone che da molto tempo sono presenti in città. Le parole sono tante, ma il più delle volte sono vuote perché non rispondono concretamente alla realtà che si vive. Bisogna passare dal “faremo” al “facciamo”, monitorare quello che non si è riusciti a fare per evidenziare anche le cause. Amo Palermo perché è la mia città e quindi non voglio pensare che non si possa migliorare. Sicuramente si può fare di più.

Questa tua speranza come la vedi realizzata nel futuro? Sono consapevole che individualmente non lo possiamo fare, neanche ciascun organismo da solo. Dobbiamo coordinarci. È molto di più che fare rete. È un coordinamento dove ciascuno ha un suo ruolo dove aiutare l’altro e poter avere soluzioni. Questo è possibile nella misura in cui possiamo sederci insieme attorno a un tavolo. Uno dei maggiori problemi della città è la mancanza di opportunità lavorative.

Palermo deve riflettere su questo: che cosa offre? Come vedi la realtà dell’immigrazione alla luce degli ultimi decreti del ministro Minniti? Non condivido il decreto Minniti. Le leggi si fanno con l’idea di arrivare a un risultato, mentre il suo decreto parte da un’idea di chiusura, che non dà nessuna possibilità. È assurdo fare degli accordi bilaterali con i governi dei Paesi da cui i migranti scappano. Questo significa che ancora una volta non vogliamo ragionare sulle cause delle migrazioni. Fa molto male vedere i viaggi che realizzano i migranti in queste carrette del mare... ci tolgono la dignità. Se i migranti non si fermano davanti al rischio della propria vita, nemmeno lo faranno davanti a un decreto o un accordo bilaterale. Niente li fermerà. Le persone che lasciano i loro paesi, le loro famiglie sono disposte a morire per una vita migliore. La carta dei diritti che abbiamo presentato, è una delle realtà più belle. L’obiettivo è quello di far ritornare il lavoro come parte importante dei discorsi che si fanno sull’immigrazione. Non si può dire al migrante che arriva: “ora tu puoi iniziare a lavorare gratuitamente”. Si può iniziare un percorso di formazione professionale perché mette le persone nella condizione di imparare qualcosa da poter usare un domani, e non creare una guerra tra persone che mancano del lavoro.

Last modified on Mercoledì, 08 Marzo 2017 07:09

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