Martedì, 30 Giugno 2020 15:36

La casa che si chiama strada

«State a casa!».
Per quante settimane, durante le interminabili giornate dell’emergenza covid-19, abbiamo sentito e risentito questo appello pressante?
In Italia il lockdown, ovvero il confinamento di tutto il Paese che il governo ha decretato dal 9 marzo al 18 maggio per contrastare il contagio, è stato vissuto da milioni di persone. Una misura gravosa ma necessaria: secondo uno studio ancora in corso di validazione pubblicato l’8 giugno dalla rivista scientifica Nature, nel nostro Paese ha salvato circa 600.000 vite. 

C’è chi “a casa” ci vive e ci può comodamente rimanere e chi, invece, la casa l’ha dovuta lasciare. Come i 79,5 milioni di profughi registrati a fine 2019 dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. In fuga da violenza, persecuzione e fame, sono quasi 9 milioni in più rispetto al 2018. Spesso vivono stipati in campi profughi dove il distanziamento fisico è un’illusione e la sanificazione un miraggio.

A loro possiamo aggiungere i 200 milioni di persone che hanno lasciato la casa e il proprio Paese per lavorare all’estero: a causa del lockdown quasi globale, a marzo molti e molte di loro sono rimasti senza occupazione e senza paga; come la maggioranza dei circa 760 milioni che, pur rimanendo entro i confini del proprio Paese, lavorano lontano da dove risiedono. Soprattutto migranti con lavori saltuari o a giornata, che si trovano improvvisamente senza introiti e senza “casa”: i soldi per pagare affitto e cibo sono spariti.
E allora, che fare? Meglio “tornare a casa”!

C’è chi ci ha provato, come le centinaia di milioni di “migranti” che in India hanno lasciato le città per tornare ai rispettivi villaggi. Il 24 marzo, non appena il primo ministro Narendra Modi annuncia il “coprifuoco del popolo”, l’esodo inizia. Una fiumana interminabile di uomini, donne, bambini e bambine si mettono in marcia, soprattutto a piedi. Autobus e treni, infatti, sono fermi e i taxi troppo cari. Scene simili si sono ripetute altrove, seppur in forma ben più contenuta. Anche in Italia, con treni e autobus presi d’assalto nelle città del Nord per “tornare a casa” al Sud.
In altri Paesi, invece, migliaia di lavoratori migranti sono rimasti bloccati, spesso anche segregati con l’accusa di diffondere il contagio.

Il dossier è dedicato a queste vite che la pandemia, nei diversi continenti, ha sorpreso “per strada” e anche ai risvolti paradossali che il lockdown ha svelato: senza “lavoro migrante” i raccolti vanno persi, la sanità implode e tanti servizi essenziali si fermano. E allora per loro, in altri tempi accusati di “rubarci il lavoro”, arriva la “sanatoria”.

Altre pagine di questo numero riprendono lo stesso tema da altre prospettive, mentre alcune rubriche continuano a porgere il loro tesoro di riflessioni ed esperienze per cambiare passo, dall’Europa alle comunità dell’Amazzonia, all’Italia. Nel post-covid non possiamo tornare ai ritmi suicidi del pre-covid: adesso inizia un “tempo nuovo”, che attende la nostra creatività e lungimiranza per dipanarsi.

Mentre andiamo in stampa, il covid-19 continua la sua corsa mortifera: dopo aver travolto l’Europa e gli Usa, seminato morte in Brasile, con allarme crescente in Amazzonia, comincia a diffondersi anche in alcuni Paesi africani che, nelle scorse settimane, ufficialmente non dichiaravano alcun contagio. Fra questi il Sud Sudan e l’Eritrea. Il primo è un Paese di profughi, con 1,5 milioni di sfollati interni e 2,2 milioni di rifugiati, il secondo è una prigione a cielo aperto.
«State a casa!». Sì, ma dove? Ma come?

Last modified on Martedì, 30 Giugno 2020 15:41

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