Domenica, 26 Maggio 2019 09:58

Un debito con l’Africa

Mi chiamo Eugenio e vivo a Brescia. Da giovane avevo un sogno rimasto irrealizzato: al posto del servizio militare volevo partire per l’Africa con lo Svi (Servizio di volontariato internazionale) per farvi il servizio civile.

Nel 2017, arrivato alla pensione, ho ricordato un mio “debito”: due anni dei contributi pensionistici, così preziosi in questo periodo, erano stati versati a mio nome per le attività svolte negli anni Settanta con lo Svi. L’occasione di “sdebitarmi” è giunta con un pellegrinaggio a piedi tra Limone del Garda e Verona dove ho conosciuto le Suore missionarie comboniane, donne pratiche e impegnate a difendere i diritti umani.
Con loro ho partecipato a un corso in preparazione di una possibile partenza “missionaria”, e così, dal novembre 2018 a metà gennaio 2019, ho vissuto per quasi tre mesi come volontario in Uganda, nella regione del Karamoja.

Tempo di apprendimento
Dagli incontri preparatori avevo coltivato l’attitudine di ascoltare e apprendere, più che di fare o dare, perché la realtà africana, oggetto di indebite semplificazioni, è in realtà molto complessa.
Il popolo Karimojong, da secoli, vive di allevamento in terre semiaride. La gente è abituata a camminare molto in cerca di pascoli e a risparmiare al massimo l’acqua, che qui scarseggia per buona parte dell’anno. In Italia, invece, abbonda… e noi la sprechiamo e avveleniamo.
Molto ruota intorno alla figura femminile. La bambina viene subito educata al lavoro: procura legna e acqua (distante anche chilometri) per tutta la famiglia, e accudisce chi nasce dopo di lei. Sulle spalle di una ragazza c’è sempre un fratellino o una sorellina.
Anche alcuni lavori che in Italia considereremmo “maschili”, come costruire i tetti d’erba sulle capanne, sono demandati alle donne, che vanno anche in cerca della materia prima. Sono sempre donne e bambine quelle che spaccano le pietre e vendono la ghiaia.
La domenica, colori e canti si spandono dalla chiesa o dal capannone-cappella. La partecipazione alla messa, sempre numerosa e gioiosa, mi ha sorpreso soprattutto la notte di Natale: danze e grida di gioia mi hanno coinvolto nella speranza di un popolo che vive una realtà tanto dura.

In rapido cambiamento
La popolazione, in passato dedita a razzie di bestiame, è stata disarmata da una decina di anni. Per sviluppare questa “zona emarginata” sono arrivate da allora tante ong europee e americane. Con abbondanza di denaro e mezzi, stanno trasformando questa regione: con rapidità scavano pozzi e costruiscono strutture, ma non accompagnano la gente. Mi sembra che rispondano più a donatori o investitori che alla popolazione locale, così lontana dalla mentalità efficientista occidentale.
I fuoristrada più belli e le abitazioni più confortevoli e in posizione panoramica sono quelle delle ong o degli organismi internazionali, che hanno strutture organizzative ed economiche molto solide. La gioventù è fortemente attratta da tanta “affluenza”, che ingenera però anche grande frustrazione: forse l’abuso di alcol che dilaga da alcuni anni fra i giovani è frutto di questo contrasto?
La presenza di tante ong aiuta davvero il Karamoja?
L’economista africana Dambisa Moyo nel suo libro La carità che uccide argomenta che gli aiuti dell’Occidente devastano l’Africa e drogano il suo riequilibrio economico: i prestiti, insieme alle donazioni, facilitano una corruzione endemica, indeboliscono il capitale umano e la società civile, e alimentano un atteggiamento passivo di dipendenza.

Crescita umana
La presenza missionaria risale agli anni Cinquanta, quando il Karamoja era ancora un “distretto chiuso” della Corona britannica. Le comboniane vi sono arrivate a metà degli anni Sessanta, dopo essere state espulse dal Sudan meridionale: la regione era considerata ancora molto insicura.
Le varie missioni propongono una vita dignitosa, ma sobria ed essenziale, e le modalità di intervento sono più mirate alla crescita della persona che all’aiuto immediato, economico o alimentare.
La crescita di una nazione procede con quella culturale e civile della sua popolazione, che dovrebbe generare una classe politica responsabile. Le comboniane sono impegnate anzitutto nella crescita umana:
• scolarizzazione infantile;
• visita e assistenza ai villaggi, dove la stragrande maggioranza della popolazione vive senza i servizi essenziali;
• alfabetizzazione ed educazione sanitaria e alimentare per giovani donne, spesso spose bambine, in risposta alla discriminazione di genere e alla violenza domestica;
• gestione di uno sportello per le pari opportunità di genere;
• intercettazione del flusso di sfruttamento dei minori per accattonaggio nelle città, inclusa Kampala.
Nei villaggi più sperduti, spesso non raggiunti da strade, le missionarie organizzano corsi settimanali che si protraggono per mesi. Ospitati in strutture della missione a essi più vicina, i corsi favoriscono la partecipazione delle donne con figli e figlie piccole: un paio di ragazze vengono ingaggiate come baby-sitter e viene allestita una cucina (tre pietre con un pentolone sopra) nelle vicinanze di un pozzo. Con essenzialità, si appronta il dormitorio con stuoie e coperte. Quando un pannello solare alimenta una lampadina notturna, la gioia è grande.

Continua...

Last modified on Domenica, 26 Maggio 2019 10:04

CHI SIAMO

Il Centro di Comunicazione Combonifem è un stato costituito a Verona dalle Suore missionarie comboniane nel 2008.

Attraverso una rivista, un sito web e social media correlati promuove la dignità di ogni persona nel rispetto delle differenze di genere, di cultura e di religione, per far crescere società inclusive attente al bene comune.

Il nome stesso, “Comboni-fem”, esprime il valore della prospettiva femminile nella comunicazione ...

 

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