Italia: quale politica dei visti? Syrianfreedom
Mercoledì, 29 Giugno 2022 15:55

Italia: quale politica dei visti?

Carlo Melegari, classe 1946, operatore sociale di lungo corso nel campo delle migrazioni, nel 1990 con amici di area sindacale Cisl ha fondato a Verona il Cestim, Centro studi immigrazione, che ha diretto fino al 2013. In più di quarant’anni di impegno con e per le persone migranti ha promosso e coordinato iniziative di ricerca-intervento in Germania, Belgio e Regno Unito per gli emigrati italiani, in Bosnia per il ritorno degli sfollati che a causa delle guerre balcaniche degli anni Novanta avevano trovato rifugio in Veneto e a Verona in particolare. La sua lunga esperienza viene raccolta con un’intervista che si concentra sulle politiche atte a promuovere migrazioni sicure e regolari

Quale politica dei visti può promuovere migrazioni sicure e regolari in Italia?
Una politica meno esclusiva e più inclusiva, basata sulla convinzione che ogni migrante, che sia “richiedente asilo” o “economico”, può anche essere un problema, ma nella stragrande maggioranza dei casi si rivela, ed è, una risorsa. Una grande risorsa.

Per promuovere migrazioni sicure e regolari è necessaria una politica ben diversa da quella che attualmente gestisce i flussi migratori e che da anni risulta fallimentare, perché nega l’insopprimibile diritto degli esseri umani alla libertà di movimento nel mondo.

In effetti l’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani afferma che «ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese» – ma la realtà è ben diversa…
Teoricamente quell’articolo dovrebbe stare alla base di tutti gli ordinamenti giuridici dei Paesi aderenti alle Nazioni Unite. Se guardiamo alla realtà determinata dalle leggi che regolano i flussi migratori, questo diritto sembra abbastanza tutelato nelle migrazioni interne (almeno per quanto riguarda i Paesi occidentali di democrazia liberale) ma piuttosto limitato, se non negato, nelle migrazioni internazionali.

Pensiamo anche soltanto a espressioni correnti nella normativa della mobilità da uno Stato all’altro, come “concessione del visto d’ingresso” o “concessione del permesso di soggiorno”. Ciò contraddice palesemente l’affermazione del «diritto alla libertà di movimento e di residenza», libertà che ci si aspetterebbe “promossa” più che “concessa”.

Perché in Italia si tende a contrastare se non addirittura a criminalizzare la migrazione internazionale, soprattutto se origina da Paesi “poveri”?
Nei Paesi relativamente ricchi e democratici come il nostro, possiamo constatare che le ragioni sono tutte riconducibili, in fondo, al bisogno di “consenso di massa” delle élite politiche: vogliono mantenere o raggiungere il potere di governare e per questo devono ottenere il voto dei cittadini e cittadine; non solo di coloro che stanno bene, ma anche di coloro che bene non stanno e che credono – o viene loro fatto credere – che lo “star male” dipenda almeno in parte dalle “frontiere aperte”.

Per un’opinione pubblica non correttamente informata – o volutamente disinformata – le “frontiere aperte” sono associate a un’incontrollabile invasione di persone provenienti da Paesi “poveri”, quindi persone “senza arte né parte” che potranno aggravare il disagio di vivere e anche mettere a rischio la sicurezza. Per raccogliere il consenso di questo elettorato, la legge da fare deve limitare gli ingressi con misure molto selettive.

Così sono state messe in atto procedure rigorose di verifica ex ante dei requisiti per la concessione del visto e del permesso di soggiorno da concedere poi, in ogni caso, come “temporaneo”. In Germania Ovest, nei decenni della ricostruzione dopo la guerra, tra il 1950 e il 1970, si parlava di gastarbeiter, ovvero lavoratori ospiti. Il messaggio è chiaro: “Tu sei qua finché mi servi. Poi torni a casa tua”.

Il decreto 113/2018, noto come “decreto immigrazione-sicurezza”, voluto nel dicembre 2018 dall’allora ministro degli Interni Matteo Salvini, quali effetti ha avuto?
Ha certamente manipolato il consenso paventando un’invasione che non c’era e che non c’è.
Con le leggi di “chiusura delle frontiere”, come la cosiddetta “legge Salvini”, le frontiere non si chiudono affatto: rimangono estremamente porose.

Sono leggi fallimentari perché contrastano la migrazione irregolare con muri o esponendo a tragedie di ogni genere chi osa provare; ma prima o poi, con strategie diverse, più o meno condivisibili e quasi sempre frutto del sentirsi costretti ad adottarle, i cosiddetti “migranti economici” passano lo stesso. Magari a rischio della vita. E infatti non pochi di loro la perdono in circostanze drammatiche (e per noi vergognose) di rotta mediterranea o balcanica o di chissà quale altro angosciante attraversamento di confini.

A fronte di politiche restrittive, in stragrande maggioranza i “migranti economici” passano lo stesso e per lo più vanno a raggiungere “in clandestinità” parenti, amici e conoscenti che sanno presenti in aree dell’Europa, delle Americhe o di altri Paesi, ricchi e in crisi demografica, che di lavoratori e lavoratrici stranieri hanno un grande bisogno.

Molti di questi lavoratori e lavoratrici senza visto e permesso di soggiorno quali lavori possono svolgere?
Lavori stagionali e saltuari, senza tutele e preferibilmente “in nero”. Forse proprio queste condizioni irregolari di lavoro possono spiegare il persistere ostinato di fallimentari “leggi di chiusura delle frontiere”. Avere sul territorio un’oggettiva disponibilità di lavoro “in nero” fa comodo ai diversi interessi di molte categorie di persone, sia in buona fede che in malafede.

Ci sono persone, non poche ma nemmeno tantissime, che per bisogno reale di servizi necessari alla propria famiglia, alla propria azienda o alla propria attività produttiva autonoma vorrebbero ricorrere al lavoro regolare di personale dipendente, ovvero dichiarato e implementato secondo quanto prevedono i contratti sindacali e la normativa previdenziale, ma non possono farlo per motivi economici; in qualche modo si sentono “costretti” a ricorrere al lavoro nero.

Ma ci sono persone, e sono molte di più, che hanno le risorse economiche per poter assumere dipendenti in modo regolare: non lo fanno per sfruttare al massimo le opportunità di aggiramento delle leggi che regolano il lavoro e in modo scaltro approfittano della presenza “clandestina” causata proprio da quelle leggi che impediscono a tanti e tante migranti di poter vivere in Italia in maniera regolare.

In altre parole, più immigrati irregolari sono sul territorio, più disponibilità c’è a lavorare “in nero”, soprattutto per quanto riguarda i posti di lavoro generalmente rifiutati anche da persone italiane disoccupate; sono lavori pesanti, poco o per nulla qualificati, pagati male e privi di coperture assicurative e previdenziali. C’è un evidente concorso di intenti, più o meno consapevole, a produrre in maniera inconfessabile l’irregolarità che serve alle richieste del mercato del lavoro “in nero”.

Le leggi fatte in nome della “sicurezza” e della “prevenzione dell’invasione” in realtà ostacolano o addirittura rendono impossibili gli ingressi regolari e costringono le persone migranti a ingressi irregolari. Con le sofferenze e talvolta le tragedie che comportano per loro in itinere e poi, se riescono ad entrare, per anni dovranno essere cittadini di “serie b o z” prima della loro “regolarizzazione”.

Dobbiamo rassegnarci a una gestione dei flussi che a parole combatte gli ingressi irregolari, detti “clandestini”, ma nei fatti li produce e li rende oggettivamente funzionali sia al mercato del lavoro nero sia alla xenofobia e al razzismo?
È ipotizzabile una strategia che convinca l’opinione pubblica dei Paesi “ricchi” che è nell’interesse delle loro stessa società avere leggi che favoriscano anziché ostacolare la libertà di movimento degli individui. Anzitutto sarebbe necessario spiegare chiaramente come stanno le cose e far conoscere il consenso della comunità scientifica (economisti, demografi, sociologi...) sugli effetti positivi della libertà di movimento rispetto alla sua negazione. In effetti, la presenza di stranieri “irregolari” non può non comportare condizioni di marginalità degradata e degradante che la cittadinanza, comprensibilmente, teme.

Ai massimi livelli decisionali, ossia quelli di governo, si dovrebbe poi ottenere la messa in campo di procedure sperimentali di accesso relativamente semplice al visto di ingresso e al permesso di soggiorno temporaneo per motivi di lavoro e di ricongiungimento familiare.

Infine, se tali procedure vengono percepite come ragionevoli dalle persone migranti, saranno loro stesse a preferire gli ingressi e le permanenze nella legalità piuttosto che nella illegalità.

Ma un simile programma di gestione dei flussi è realizzabile?
Si è dimostrato, detto e scritto tante volte che i migranti non sono “né delinquenti né deficienti”: in stragrande maggioranza si muovono perseguendo dei risultati positivi, sono consapevoli della necessaria razionalità delle decisioni relative al loro migrare. Eppure molti opinionisti di grandi giornali nazionali, e ancor più quelli dei quotidiani locali, continuano a parlare di loro con tutti gli stereotipi che conosciamo.

Più che l’ennesimo tentativo di smontare le loro “notizie false” e i pregiudizi (tentativo che comunque vale la pena fare e non smettere di fare), penso che si potrebbero ottenere risultati migliori attraverso un più decisa azione di pressione sul governo affinché adotti procedure semplificate di rilascio del visto d’ingresso.

Negli anni scorsi ho avuto più volte l’opportunità di parlarne, anche su Combonifem: quello che ho scritto nel maggio 2016 e nel febbraio 2017 potrebbe essere ripubblicato per la sua attualità. Gli argomenti di allora per una libertà di movimento ragionevolmente sotto controllo ma sostanzialmente lasciata alla discrezionalità del singolo individuo, nessuno escluso (così come vuole l’art. 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani), sono ancora gli argomenti di oggi. Verranno accettati dalla popolazione italiana in generale soltanto, e lo ribadisco, se verrà sperimentata una politica dei visti che faciliti gli ingressi nella legalità anziché renderli difficili e drammatici attraverso percorsi irregolari, spesso anche tragici, che ben conosciamo.

Percorsi irregolari e tragici che ci indignano. E, temo, continueranno a indignarci a lungo.

Last modified on Mercoledì, 29 Giugno 2022 16:06

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