Mercoledì, 06 Febbraio 2019 19:16

Su Ali di amicizia

Tutto inizia per caso a Roma, dall’incontro di Maddalena con Bass, un richiedente protezione del Gambia. Lo ospita saltuariamente, condividendo momenti di svago, cene con amici, piccoli lavori di giardinaggio, passeggiate in bici. Ne nasce un confronto culturale che ha fatto scoprire altri orizzonti. Da questa esperienza nasce il progetto Ali (Accoglienza libera integrata), con cui un gruppo di conoscenti – tutti e tutte con impegno nel sociale – decidono di offrire ad altre persone possibilità di amicizia.

Maddalena Grechi ha la gioia negli occhi mentre ricorda quel giorno freddo in cui decise di ospitare Bass a casa sua; lui, 21 anni, frequentava il corso di italiano per stranieri dove Maddalena prestava servizio. Bass aveva la febbre da una settimana e, trovandosi in situazione di precarietà abitativa, doveva trascorrere la giornata su una panchina.

Da allora son passati quasi due anni e Ali è sorta un anno fa, come iniziativa dal basso, informale, per rendere accessibili esperienze di accoglienza a chi desiderasse mettersi in gioco senza avere conoscenze o strumenti per costruire relazioni con migranti in situazioni particolari.
L’accoglienza è “libera”, ovvero modulata secondo i tempi e le disponibilità di ciascuna persona: una volta la settimana per una cena e una lavatrice, due pomeriggi a settimana, una giornata intera comprensiva di ospitalità notturna, oppure l’aiuto per un percorso di inserimento lavorativo o per espletare pratiche burocratiche. Valorizza anzitutto dinamiche relazionali tra due o più individui che desiderano sviluppare insieme un percorso di affiancamento. È “integrata” perché entrambi, chi accoglie e chi è accolto, diventano parte di una rete di migranti, cittadini e associazioni, ma anche perché l’accoglienza reciproca si colloca dentro la vita quotidiana, trasformando il territorio e la comunità.

Socialità allargata
«Ci rivolgiamo soprattutto a richiedenti asilo e titolari di protezione, inseriti o meno nel sistema di accoglienza formale – precisa Maddalena –. In molti casi l’isolamento è forte: i centri si trovano spesso in zone periferiche a rischio ghettizzazione. Se non si lavora nel settore delle migrazioni e dell’accoglienza, diventa difficile avere opportunità di conoscersi. Perciò, come primo passo, abbiamo pensato di creare momenti di socializzazione: un pic-nic, una festa, momenti che creano contatti e fanno nascere amicizie».
La sfida, però, è nel coltivare queste amicizie e farle crescere. All’inizio c’è grande entusiasmo, ma di fronte alle sfide che i migranti devono fronteggiare ogni giorno, anche per una burocrazia sempre più respingente, la frustrazione è in agguato.

Un tocco di umanità
Ali oggi ha una lunga lista di attesa: una ventina di persone e famiglie sono interessate a coinvolgersi, ma non se ne può improvvisare il percorso: chi si relaziona con richiedenti asilo e rifugiati può scoraggiarsi presto. Maddalena spiega: «La nostra trasformazione, nel tempo, è stata quella di garantire una “rete di supporto” e di rafforzare le competenze di soci e tutor, affinché affianchino i partecipanti non solo con strumenti idonei ad affrontare le sfide, ma anche per renderli consapevoli che il “fallimento” – o presunto tale – va messo in conto. Nessuno di noi ha la bacchetta magica per cambiare radicalmente l’ordine delle cose e fronteggiare le difficoltà, soprattutto quelle legali. Possiamo però fare in modo che il tempo trascorso insieme sia ricco di tutto ciò che più manca a chi è da poco nel nostro Paese: relazioni, affetto, punti di riferimento, informazioni, divertimento, condivisione e socialità allargata. Pur mettendo in campo tutto questo, però, possiamo trovarci di fronte a un diniego». Ali offre un tocco di umanità, ma non può farsi completamente carico della vita di una persona; può soltanto influenzarla positivamente e facilitarne i percorsi.

Verso comunità accoglienti
Ali raccoglie “artigiani dell’accoglienza” che, a partire dall’esperienza, desiderano capire quali pratiche permettano di connettere le persone in modo reciprocamente utile: chi è accolto, oltre a relazioni amiche, può trovare migliori opzioni abitative e possibilità di apprendimento e di lavoro; chi accoglie può vivere l’esperienza come inattesa opportunità di crescita. «Stiamo cercando di creare una “comunità accogliente” – spiega Maddalena –, qualcosa che vada oltre le singole relazioni. E lo facciamo con incontri, presentazioni, scambi, momenti conviviali. Riflettiamo sul nostro lavoro affinché le singole pratiche possano diventare modelli replicabili. Non ci concentriamo sui numeri, perché non basta elencare quantità per migliorare l’accoglienza. Occorre discutere seriamente su modelli, opzioni e processi possibili, aspetti troppo spesso trascurati ».

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Last modified on Mercoledì, 06 Febbraio 2019 19:47

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