Mercoledì, 02 Dicembre 2020 18:18

Un grido per la vita

L’Instrumentum laboris per il Sinodo sull’Amazzonia si apre richiamando il grido dei poveri e dei sofferenti (nn. 14-23): tra queste voci, che chiedono aiuto e reclamano giustizia e vita, sono raccolte le voci di donne che subiscono violenza, i cui diritti e la cui dignità sono negati.

Il Sinodo si è mostrato particolarmente attento al loro grido e più volte nei documenti che hanno accompagnato i lavori sinodali si fa riferimento alle diverse forme di violenza contro le donne, ricercandone le cause e indicandone con coraggio i responsabili.

Una denuncia chiara
Tre sono gli ambiti nei quali più grave è la condizione delle donne e la loro vita appare minacciata: il contesto urbano, le migrazioni e la vita familiare sono menzionati come i luoghi nei quali più di frequente la dignità delle donne è violata, in cui sperimentano violenza fisica, psicologica e sessuale.
Tratta, sfruttamento sessuale di donne e bambine, femminicidi, abusi, varie forme di coercizione, traffico di esseri umani, turismo sessuale, prostituzione anche minorile sono più volte denunciati nell’Instrumentum laboris (IL14, 15, 23, 67, 73, 77, 129, 135) e nel Documento finale (DF 10, 13, 80); tutti i circuli minores, ovvero i piccoli gruppi di riflessione, durante i lavori sinodali ne hanno fatto menzione e il Papa stesso vi ha fatto lucido riferimento in Querida Amazonia (nn. 10.14).
Il libro-inchiesta di Lucia Capuzzi e Stefania Falasca, Frontiera Amazzonia (Emi), ha descritto lo squallore dei «postribar» (postriboli clandestini) della Triple frontera Perù-Brasile-Colombia e il dramma delle migliaia di bambine, adolescenti, donne che vi sono imprigionate dopo essere sta-te vendute, ingannate, segregate (pp. 19-33,106-108, 138-139). Un fenomeno di dimensioni enormi.

In difesa della dignità
Il grido di migliaia di donne ha raggiunto le aule del Sinodo e la Chiesa intera, spesso indifferente davanti a questo dramma: non si può annunciare il Vangelo senza mostrarne tutto lo spessore di cambiamento sociale, senza annunciarne la forza di liberazione integrale (IL 143), senza riconoscere e assumere la critica radicale che esso porta a sistemi sociali ed economici ingiusti che sono alla radice delle violenze, anche contro le donne. La volontà di essere Chiesa samaritana e solidale (IL 143, 146, 147; 111-112; DF 42, 48, 70) si traduce in modo molto concreto in questi testi nella denuncia dei “mercanti di esseri umani” e di chi gestisce la prostituzione nei Paesi della regione amazzonica, nella richiesta di politiche educative (IL 98c1), di tutela della salute, di promo-zione del lavoro, di sostegno economico nei contesti di estrema povertà (IL 67), nello sviluppo di una cultura dei diritti e della dignità delle donne (IL 135), come anche in specifici progetti pastorali, in particolare nelle peri-ferie delle città, negli insediamenti vicini alle miniere legali e illegali, alle frontiere, «luoghi per eccellenza dell’acuirsi di conflitti e violenze, dove la legge non viene rispettata» (IL 129f1).

L’azione delle donne
Una delle espressioni più forti di questa Chiesa capace di “annunciare la vita” in pienezza che Gesù è venuto a portare per tutti e tutte (IL 147) e quindi di “prendersi cura della vita minacciata” (IL 14; DF 80) è la Rete “Un gri-do per la vita” (che fa parte della Rete internazionale “Talitha Kum”). È costituita da circa 150 religiose di diverse congregazioni, che vivono in varie zone del Brasile. Con un’azione profetico-solidale, queste donne lottano contro l’abuso, lo sfruttamento sessuale, la tratta di altre donne: accolgono le vittime, denunciano le cause del traffico di persone e della violenza contro le donne, fanno opera di prevenzione, partecipano all’elaborazione di politiche pubbliche contro questo crimine. Come scrive Roselei Bertoldo, coordinatrice della Rete, «si tratta di un crimine odioso, messo sotto silenzio, reso invisibile ai più; opporsi ad esso richiede una visione integrale e sistemica dei diritti umani. La tratta in Amazzonia ha radici profonde nel mercato del lavoro e nella mercantilizzazione/mercificazione del corpo, soprattutto delle donne; è collegato al traffico di droga e armi».

I ritardi della Chiesa
È, questa, una sfida molto concreta, che chiede il superamento del maschilismo diffuso (anche nella Chiesa) e comporta il riconoscimento del valore delle donne, della loro dignità, del singolare e insostituibile apporto femminile alla vita sociale, culturale ed ecclesiale. La Chiesa sarà solidale se, nei fatti e non soltanto nei documenti, «promuove la dignità e l’uguaglianza delle donne nella sfera pubblica, assicurando canali di partecipazione, combattendo la violenza fisica, domestica, psicologica, il femminicidio, l’abuso, lo sfruttamento sessuale e la tratta, impegnandosi a lottare per garantire i suoi diritti e per superare ogni forma di stereotipo» (IL 146e). 

Last modified on Mercoledì, 02 Dicembre 2020 18:23

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