Sabato, 28 Settembre 2019 16:43

Un passo in sospeso

Sebbene l’accordo di Malta sia un passo avanti, i dubbi sono molti. Noi ne analizziamo solo alcuni.

A Malta l’Italia c’era. A far sentire la sua voce nelle vesti dell’attuale ministro Luciana Lamorgese.
Già questa potrebbe sembrare una piccola vittoria?

In realtà per cantare di gioia servirebbe riflettere se si siano raggiunte delle decisioni concrete: sarà un risultato importante, o solo una fragile intesa? Non è ancora noto il testo ufficiale dell’accordo – che sarà discusso con gli altri ministri dell’Interno dei Paesi dell’Unione europea il 7 e l’8 ottobre in Lussemburgo. Tuttavia alcune riflessioni già sorgono spontanee:

La ripartizione dei migranti riguarderà solo quelli salvati in mare, non di tutti quelli che arrivano, anche da altre vie. Questo potrebbe disincentivare i salvataggi da parte degli Stati poi chiamati a farsi carico dei migranti? In realtà no, perché le ONG, che sono i soggetti più attivi nei soccorsi, hanno sempre operato autonomamente rispetto ai governi degli Stati di bandiera. In questa visione, le ONG diventano quasi protagoniste positive, le stesse che sono “criminalizzate” dal decreto Sicurezza Bis. Come si adeguerà in nostro governo?

L’adesione all’accordo di Malta sarà volontaria, ma la firma dell’accordo comporterà l’obbligo di accoglienza. Oltre all’Italia hanno già aderito Malta, Germania, Francia e Finlandia e altre partecipazioni sicure potrebbero essere Portogallo, Belgio, Irlanda e Lussemburgo. Al momento quindi, non sono state definite quote di ricollocamento, che saranno fissate in base al numero degli Stati aderenti all’intesa finale nel prossimo ottobre.

• Eventuali “sanzioni” per gli Stati non solidali non sono oggetto dell’accordo stesso, ma verranno disposte dall’UE. Un altro elemento di fragilità del trattato perché da un lato, si rende negoziabile la solidarietà, quantificandola in termini di minori fondi europei; dall’altro non c’è certezza delle sanzioni.

• Le modalità di accoglienza sono vaghe: per 4 settimane i migranti resteranno nel Paese di sbarco, poi verranno ridistribuiti nei Paesi di approdo, dove sarà avviata la richiesta del permesso di soggiorno. Il paese di sbarco dovrà quindi provvedere alla prima accoglienza e alle relative misure di sicurezza mentre, i Paesi in cui i migranti saranno ricollocati, non sono necessariamente quelli dove potrebbero trovare “opportunità di lavoro”. La logica dell’intesa di Malta resta, quindi, di tipo “emergenziale”: perché non si riesce ancora ad affrontare il tema delle migrazioni come un fenomeno da governare?

• La bozza di accordo, infine, prevede di “non ostacolare le operazioni delle guardie costiere, inclusa quella libica”: si sa però che quest’ultima interviene per riportare i migranti in uno di quei porti che Unione europea, Corte Penale Internazionale e UNHCR hanno riconosciuto come non sicuri. Quindi, da un lato, le navi di soccorso legittimamente non sbarcano i naufraghi nei porti libici perché non sicuri; dall’altro lato, le operazioni della guardia costiera libica, che portano i naufraghi in quei porti, non devono essere ostacolate. Ancora un’incoerenza.

È chiaro quindi che, nonostante sia positivo un vertice per chiarire i ruoli, i diritti e i doveri, nella questione migranti, anche questa volta si sia concluso tutto lasciando molte cose in sospeso.

Last modified on Domenica, 13 Ottobre 2019 12:46

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